Che fine hanno fatto (e faranno) i rider? Appena nominato ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio si presentò a un tavolo per ascoltare i fattorini che consegnano cibo a domicilio tramite siti e app. All’inizio si è andati avanti a colpi d’accetta: i rider sarebbero dovuti diventare dipendenti. Tutti. Poi è arrivato l’ascolto delle piattaforme, che non sono tutte multinazionali e hanno sistemi di retribuzione differenti. Molte sono italiane, una è siciliana: Prestofood. “Di Maio – spiega a FocuSicilia il ceo e fondatore Guido Consoli – aveva sottovalutato che le aziende non hanno tutte lo stesso modello”. Il confronto ha portato a un approccio più morbido, a metà tra il cottimo e la paga minima oraria, non distante da quello che Prestofood già applica. Per ora si può parlare solo di approccio, perché il decreto legge – rimasto nel cassetto per mesi – si è arenato con la crisi di maggioranza. Il 22 agosto, durante le consultazioni al Quirinale, Di Maio ha ricordato che, senza governo, “i rider non avranno tutele”. E il provvedimento è citato nei 29 punti del programma di governo. Si riparte da lì, senza urne ma con un nuovo esecutivo che deve ancora definire la sua agenda. Rider compresi.

Le tutele per i rider

La bozza del provvedimento prevedeva tutele assicurative, rimborsi spese per gli strumenti di lavoro, assistenza sanitaria e un misto cottimo-salario minimo: la paga oraria dovrebbe partire da una base relativamente bassa, si sbloccherebbe con il primo ordine (in modo tale che la presenza del rider sia effettiva) e verrebbe integrata ogni volta che il fattorino completa un ordine. “È un modello simile a quello che applichiamo già”, spiega Consoli. “Se sarà confermato, per noi non cambierà nulla. Se ci saranno dei dettagli differenti, ci adatteremo senza problemi”. I rider (e i driver, perché la piattaforma gestisce anche corriere in auto) di Prestofood percepiscono un minimo orario (che varia da città a città), cui si somma un bonus per ogni consegna e un rimborso spese in base ai chilometri percorsi. I fattorini sottoscrivono un contratto co.co.co., con contributi Inps e copertura assicurativa Inail. Non ci sono rating che valutano il lavoro svolto. Ognuno prenota i turni per la settimana, senza obblighi se non quello di assicurare la propria presenza negli orari indicati.

Non chiamatelo lavoretto

Il tema della subordinazione esiste. C’è un modello di lavoro che sfugge all’inquadramento classico. E se – da un lato – alcune piattaforme hanno minacciato di lasciare l’Italia in caso di norme troppo stringenti, Consoli è convinto che la soluzione non sia il far west ma una regolamentazione su misura. Ad esempio: “Noi – sottolinea il fondatore di Prestofood – paghiamo l’Inail con un minimale di 1300 euro”. Cioè ben oltre l’incasso medio di un fattorino della piattaforma, che è di 500-700 euro. “Ci sono driver molto veloci e altri più lenti. Alcuni arrivano a incassare 1200-1300 euro, facendo due turni al giorno. Più lavorano e più guadagnano, ma non possono superare le otto ore”. Consoli tiene però a sottolineare che ormai non si tratta più di semplici “lavoretti”. Il rider-studente che prova a mantenersi con le consegne è uno stereotipo da superare: “Non lo fanno più solo i ragazzini. Ci sono rider di 20 e di 50 anni, anche con una famiglia da mantenere. È un lavoro, come quello dei corrieri, ma è importante sottolineare che un rider non è un dipendente. Faccio un esempio. Se percepisce un compenso orario alto, che non varia con le consegne, può dirmi che ha l’auto fuori uso. Come faccio a sapere se è davvero così? Poi parlare di ferie pagate è una follia, una cosa campata in aria. In base a cosa scatteranno? Agli ordini? Ai turni?”. Imporre troppi lacci vorrebbe dire quasi certamente castrare il settore, ma le regole servono, anche se assottiglieranno i margini delle piattaforme. “Impattano molto, perché dobbiamo sostenere costi maggiori”, sottolinea Consoli. Convinto però che sia un peso necessario: “Dobbiamo farlo per offrire un servizio di qualità, con driver efficienti, che spesso sono l’unica cosa che il cliente valuta”.

Prestofood, dal sushi al digitale

Prestofood è nata 2013. Punta tutto sul sud, l’area meno battuto dalle grandi società internazionali. Partita dalla Sicilia, oggi è presente in nove città: Catania, Palermo, Reggio Calabria, Messina, Cagliari, Lecce, Napoli, Sassari e Bari. “Io nasco ristoratore”, racconta Consoli. “Avevo un ristorante giapponese, l’ho venduto ed è nata l’idea di creare una società che si occupasse delle consegne”. All’epoca c’era solo JustEat. Consoli s’ispira al gigante britannico, ma con due differenze: allarga il raggio delle ricerche, in modo da raggiungere i ristoranti più lontani; e scarta i locali che già facevano consegne a domicilio. All’inizio l’accoglienza è stata fredda. “Ma che dici…Ma come facciamo…Come comunichiamo gli ordini, mi dicevano. Abbiamo iniziato a Catania con 18 partner e adesso ne abbiamo un centinaio, ma solo perché li selezioniamo. I ristorati oggi cercano Prestofood per avere un introito maggiore. Il 30-40% del fatturato del ristoranti arriva dal domicilio. Un fatturato che prima non esisteva. È come avere un altro locale virtuale”. La piattaforma incassa dai costi della consegna (dai 2,5 ai 9 euro, a seconda della distanza) e una tariffa del 30 per cento più Iva dai ristoranti.

Perché solo al sud

Nel 2018 Prestofood ha transato 2 milioni di euro e fatturato 1,5 milioni, con una crescita anno su anno del 30 per cento e con 300 driver attivi. C’è una sede centrale a Catania, che si occupa di logistica e amministrazione, cui si aggiunge un manager per ogni città, che coordina le attività. Al sud Prestofood nasce e al sud resta: “Non avrebbe senso andare in aree sature, dove ci sono già i player internazionali. Stiamo lavorando a un piano di espansione, ma non abbiamo definito ancora le nuove città”. Non ce ne saranno di nuove in Sicilia. È una questione di equilibrio. Da Roma in su non si va perché c’è poco spazio. Ma per funzionare la piattaforma ha bisogno di città medio-grandi, perché altrimenti non ci sarebbero i margini per reggere. Per ora quindi, si resta su Palermo e Catania. Lo scenario, però, cambia in fretta. “Nel 2013, il 70-80 per cento degli ordini arrivava per via telefonica. I clienti chiamavano i nostri operatori. È un servizio che offriamo ancora, ma che oggi raccoglie solo il 9 per cento degli ordini”. Il resto si fa online. Un po’ perché – spiega Consoli – comprare via internet è diventato normale. E un po’ perché la piattaforma è migliorata. Buon per i clienti, che possono scegliere. Ma anche per Prestofood, perché gestire ordinazioni via telefono ha costi maggiori.

Il risiko dei fattorini

La sfida delle consegne a domicilio è diventata limare i minuti per la consegna. E così, afferma il ceo, “ci siamo trasformati in un’azienda di logistica e in una software house che produce di continuo aggiornamenti e modifica gli algoritmi”. Perché, che sia Roma, Milano, Catania o Palermo, chi ordina cerca la stessa cosa: cibo buono, facile da ordinare e che arrivi il prima possibile. A distinguere le big come Deliveroo e JustEat da Prestofood è, secondo Consoli, “il rapporto personale” nato con il ristoratore. Un “tessuto” che nelle città meridionali il ceo di Prestofood avverte ancora come molto forte. E che potrebbe essere un ostacolo per i giganti calati dall’alto. Il settore delle consegne a domicilio è però ancora liquido. Nel panorama internazionale si muove come un grande risiko: le grandi piattaforme investono e acquisiscono nei mercati dove c’è spazio e abbandonano quelli dove non riescono a imporsi. L’Italia, non ancora satura, permette a piattaforme locali medio-piccole (come – tra le altre – Moovenda, Foodracers, Bacchette e Forchette) di reggere. Ma tutto lascia prevedere una coagulazione. In che modo, è tutto da capire. Una strada è l’unione tra società che presidiano territori diversi: “Valutiamo spesso la possibilità di collaborare con imprese italiane che possano incrementare la nostra potenza economica”, conferma Consoli. L’altra via è la cosiddetta “exit”: il pesce piccolo vende a quello grande, che trova più semplice acquisire un presidio piuttosto che costruirlo da zero. È un’opzione che Prestofood non può scartare: “Potrebbe succedere, ma l’exit si subisce, non stiamo facendo in modo che arrivi”.