Una riconversione infinita quella di Termini Imerese, area divenuta ormai simbolo di un rilancio industriale mancato in Sicilia. Un epilogo dal sapore amaro per i circa mille lavoratori sui quali adesso incombe lo spettro chiusura dello stabilimento. La deadline è fissata per il 31 ottobre, quando il commissario sarà chiamato a illustrare il nuovo piano industriale per garantire la continuità dell’attività nel sito. Dopo l’addio di Fiat nel dicembre del 2011, infatti, per oltre otto anni si sono avvicendati, sotto l’occhio vigile di Invitalia, tavoli ministeriali e incontri alla ricerca di soluzioni. Una girandola di volti e progetti, da Massimo Di Risio a Roberto Ginatta rispettivamente patron della Dr e di Blutec, senza alcun esito. E ora gli operai, 650 ex Fiat e 300 dell’indotto, spaventati dall’imminente fine e stanchi di aspettare, sono pronti a qualunque iniziativa. Stamane, 23 settembre, a partire dalle 9.30, si terrà davanti ai cancelli della fabbrica di Termini l’assemblea, convocata da Fim, Fiom e Uilm, per decidere le nuove iniziative per protestare contro lo stallo della vertenza. Oltre all’atteso sblocco della cig, scaduta lo scorso giugno, le tute blu chiedono certezze sul futuro dello stabilimento, ancora sotto sequestro, e soprattutto sollecitano “l’immediata convocazione da parte del governo”.

Otto anni di fallimenti

Ciò che realmente è mancato in tutti questi anni, è stata probabilmente la volontà di investire in un progetto credibile e competitivo. A partire dalle vetture ibride, piano sempre annunciato e mai realmente realizzato. Come nel caso della storica 500 Fiat spiaggina. Nei primi mesi del 2019, i vecchi modelli dell’azienda torinese sono stati riconvertiti in unità elettriche per realizzare la Jolly Icon-edi Garage Italia, l’azienda fondata da Lapo Elkann. Peccato che anche questo progetto sia naufragato sul nascere. Terminata l’ultima in lavorazione ai primi di luglio, le cinque tute blu sono andate in cassa integrazione. Il loro destino ora è nelle mani dell’amministratore Giuseppe Glorioso che, dopo il sequestro dell’azienda travolta dal ciclone giudiziario, ha il compito di presentare entro la fine di ottobre un piano alternativo, anche di più soggetti economici e non necessariamente nel settore automotive, purché credibile.

La vicenda giudiziaria

Eppure l’arrivo di Blutec nel dicembre 2014 sembra segnare una nuova era. E il 2 maggio del 2016 è una data storica con la riapertura dei cancelli dai quali, due anni prima, era uscita l’ultima Lancia Ypsilon. Da allora, soltanto una piccola parte dei lavoratori è richiamata in fabbrica, sotto l’insegna della nuova proprietà: poco più di un centinaio ed esclusivamente impegnati in attività di progettazione. Con il passare dei mesi, però, i dubbi crescono fino a quando a marzo esplode il caso giudiziario con il sequestro preventivo dell’azienda. La Procura di Termini punta il dito contro il mancato rilancio dello stabilimento e il mancato impiego per i fini previsti dei fondi pubblici incassati. L’accusa, per il presidente Roberto Ginatta e l’amministratore delegato Cosimo Di Cursi, è di presunta malversazione ai danni dello Stato. A luglio, arriva anche la conferma di un nuovo sequestro per un valore di 16 milioni di euro di beni nelle disponibilità della società di Ginatta e Di Cursi. Il decreto è stato emesso dal tribunale di Torino.

Un piano alternativo?

“Il capitolo Blutec penso non sia ancora chiuso – si augura Vincenzo Comella, segretario Uilm Palermo – l’azienda si trova all’interno di un concordato in bianco e nel frattempo l’amministratore dovrà stilare un piano e verificare se ci sono le condizioni per andare avanti”. Ad amplificare il quadro di incertezza, anche la crisi di governo in piena estate. E con la nascita del nuovo Conte-bis, sono cambiati anche gli interlocutori. L’ultimo atto concreto del precedente esecutivo, risale al 24 giugno scorso, quando l’allora il vice capo di gabinetto del Mise, Giorgio Sorial, ha incontrato i sindaci del territorio e Invitalia nella sede del comune, annunciando una task force per una rivisitazione dell’accordo di programma quadro tra tutti i partner istituzionali. Ma di soluzioni concrete al momento non c’è traccia. “Il ministero non ha dato prospettive – ammette Comella – e se nei giorni non si concretizzerà qualcosa il quadro rimarrà immutato”. Eppure nel tempo si sono ventilate tante ipotesi, a partire dall’ibrido: dalla Spiaggina alla trasformazione del Doblò e del Ducato in elettrico, idee rimaste sempre sulla carta. “Sappiamo che l’amministratore ha riferito di avere contatti con Fca – aggiunge -, ma non ha mai detto di avere avuto conferme. La verità è che rispetto a queste ipotesi non c’è mai stato alcun riscontro”. Una lettura che sembra rafforzata anche dall’ultima riunione del 21 giugno al Mise durante la quale, alle organizzazioni sindacali, è stata comunicata la modifica del titolo alla cassa integrazione perché la ristrutturazione industriale, premessa del piano Blutec, non è mai andata in porto.

Tempo limitato

“Il capitolo Blutec sembra ormai superato – ammette Mastrosimone alla guida di Fiom Cgil Sicilia -, anche rispetto alle interlocuzioni con il ministero dello Sviluppo economico: il tema adesso è ricercare altri soggetti”. Rimane l’amarezza per il tempo sprecato inseguendo un sogno di rilancio mai realmente decollato. “Fino a oggi tutti i tentativi di riconversione industriale, da parte dei governi che si sono succeduti in questi anni, sono stati fallimentari – sottolinea – È chiaro che non possiamo lasciare mille famiglie senza risposta”. Ancora una volta, tutte le speranze sono affidate proprio a Fca: “Preso atto che l’operazione di trasferimento da Fiat a Blutec non si sta concretizzando, riteniamo opportuno tornare alla discussione avviata nel 2014 e chiederemo al Governo di richiamare Fca alle sue responsabilità. Oggi, al termine dell’assemblea, decideremo quale iniziative adottare, anche forti, non escludiamo nulla – avverte – perché il governo e Fca devono assumersi le responsabilità di questo disastro”.