Contrastare il caporalato e il lavoro irregolare nel settore agricolo garantendo ai produttori un prezzo giusto per i loro prodotti e l’applicazione dei contratti collettivi del lavoro. Questo l’obiettivo della prima filiera etica in Italia contro il caporalato, formata da Megamark di Trani, gruppo con oltre 500 supermercati nel Sud Italia, dall’associazione internazionale anticaporalato No Cap, impegnata nel promuovere e valorizzare le aziende agricole che rispettano la legalità e i diritti dei lavoratori, e dalla rete Perlaterra, una associazione e rete tra imprese che promuovono pratiche agro-ecologiche di lavoro della terra. Si tratta del primo esperimento in Italia basato su un sistema di tracciabilità delle filiere agroalimentari mediante l’uso congiunto del bollino etico denominato NoCap promosso dall’associazione No Cap e del marchio di qualità etico “Iamme”. I primi prodotti che verranno messi in commercio saranno le conserve di pomodoro e le verdure col bollino NoCap, ma presto nei supermercati a insegna A&O, Dok, Famila, Iperfamila e Sole365 arriveranno anche frutta e verdura fresche.

Tra i produttori anche 40 braccianti del ragusano

Il progetto è stato presentato a Foggia lo scorso 23 settembre, ma presto arriverà anche in Sicilia dove a Vittoria una quarantina di lavoratori coltivano alcune varietà di pomodoro: pachino, pomodori gialli, ciliegino. “L’azienda iblea – spiega il fautore del No Cap Yvan Sagnet a FocuSicilia – si è fatta carico di circa venti braccianti esterni che vivevano in condizioni precarie, inserendoli in un circuito di legalità. Altri venti invece fanno già parte integrante dell’impresa”. L’attività nel ragusano si aggiunge a quella già in corso a inCapitanata (Puglia), dove si raccolgono pomodori che si trasformano in conserve (pelati e passate), coinvolgendo circa 60 lavoratori, e nel Metapontino (Basilicata) in cui un centinaio di lavoratori raccolgono e confezionano prodotti freschi (tra cui finocchi, carciofi, peperoni, uva, insalata, ortaggi e frutta. Al momento il progetto coinvolge una ventina di aziende e circa 100 braccianti extracomunitari selezionati principalmente all’interno di ghetti e baraccopoli delle tre regioni, sottratti alla malavita e al ricatto dei caporali. A questi ragazzi, provenienti da Ghana, Senegal, Mali, Burkina Faso, Gambia e Costa d’Avorio, sono stati garantiti alloggi dignitosi e contratti di lavoro regolari, spostamenti con mezzi di trasporto adeguati, visite mediche, bagni chimici nei campi di raccolta e dispositivi per la sicurezza sul lavoro come scarpe antinfortunistiche, tute, guanti e mascherine.

Yvan Sagnet: “Un primo passo con grande potenziale”

“Questo progetto segna un primo passo per sconfiggere il caporalato, e ha un grande potenziale di crescita che potrebbe garantire l’assunzione di migliaia di lavoratori”, ha confermato Yvan Sagnet, l’ingegnere camerunense arrivato in Italia nel 2007 e a capo della protesta dei braccianti di Nardò del 2011 da cui ebbe origine l’iter per la legge sul caporalato. “Tuttavia – ha proseguito – è necessario che ognuno faccia la propria parte, in primis chi deve applicare la legge 199 del 2016, finora disattesa nella parte relativa alla prevenzione e alla creazione di reti tra istituzioni, centri per l’impiego, ispettorati, imprese e lavoratori. Anche ai consumatori chiediamo attenzione e maggiore consapevolezza nell’acquisto dei prodotti” .