Il reddito di cittadinanza “non incentiva a trovare un impiego, soprattutto al Sud”. E quota 100 “è una beffa” per le generazioni più giovani, anche se – come promesso dal governo Conte – non sarà rinnovata nel 2021. Queste sono le parole dell’ex presidente dell’Inps e ordinario di Economia del lavoro all’Università Bocconi Tito Boeri, rilasciate a margine del seminario dal titolo “Populismo e società civile”, tenutosi nell’aula magna del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania.

Gli effetti del reddito di cittadinanza

Mentre in Sicilia nei Centri per l’impiego muove i suoi primi passo la fase 2 del reddito di cittadinanza, la Regione ha lanciato l’allarme sulle proposte di lavoro: si viaggia al ritmo di un paio di centinaia, contro 162.518 beneficiari del reddito. L’ex presidente dell’Inps, interpellato sulla misura, non ha risparmiato critiche: “Io penso che non abbia senso fase 1 e fase 2. Il reddito di cittadinanza doveva partire sin da subito avendo degli incentivi legati all’integrazione nel mondo del lavoro. Non è questione di avere i navigator o altre persone che facciano pressione sui beneficiari. Bisognava creare un reddito di cittadinanza che avesse dei livelli giusti, mentre questi sono troppo elevati per una famiglia con un solo componente, soprattutto al Sud, dove il costo della vita è più basso. Se una persona percettrice del reddito di cittadinanza riceve un’offerta di lavoro limitata e con piccolo reddito, con ogni euro che guadagna lavorando perderà un euro del reddito di cittadinanza. Di conseguenza non sarà incentivato a trovare un impiego”. Boeri infine sottolinea gli effetti negativi che la misura ha avuto sull’occupazione: “Abbiamo avuto un aumento dell’inattività, questo è il risultato del reddito di cittadinanza”.

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La “beffa” di quota 100

“Chi verrà dopo quota 100 vedrà allontanarsi la data della propria pensione rispetto a chi ha avuto la fortuna di nascere un giorno prima”. Boeri ha ricordato di essere stato “sempre molto critico” sulla misura, perché “iniqua”. Ha quindi accolto con soddisfazione il recente annuncio dato dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, e confermato dall’attuale presidente dell’Inps Paquale Tridico, secondo cui la misura pensionistica varata lo scorso anno si concluderà alla fine del triennio, nel 2021: “Prendo atto che si voglia terminare questo esperimento dopo i tre anni, ma non credo che sarà facile, perché quando si creano regimi di favore per alcune generazioni si penalizzano quelle successive”. L’economista ha poi illustrato quella che, secondo lui, sarebbe dovuta essere la strada da intraprendere già nel 2011: “Sarebbe stato possibile introdurre una riforma di pensionamento flessibile, ma senza permettere alle persone di andare via con una pensione piena. Non è giusto e non è equo. Chi va in pensione prima deve avere un corrispettivo proporzionato, applicando quelle riduzioni che si applicano sulla quota contributiva anche alla parte retributiva. Questa era la strada che andava intrapresa. Adesso vediamo cosa succederà”.