Quando raggiungere la vetta vuol dire perdere. Tra il 2016 e il 2019, la Sicilia è stata la regione italiana con più casi di corruzione. Sono stati 28, oltre il 18 per cento dei 152 individuati nel Paese. La afferma il rapporto “Corruzione in Italia”, dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Che indica anche le nuove forme assunte dalle bustarelle: il contante, soprattutto al Sud, fa spazio alle assunzioni. Grazie a un sistema sempre meno politico e sempre più locale.

I numeri della corruzione

Come spiega l’Anac, capire le dimensioni complessive del fenomeno è difficile. I casi registrati riguardano solo quelli che hanno portato a “provvedimenti della magistratura”. Cioè a misure cautelari, che in 117 casi erano legate agli appalti. Già all’interno di questo perimetro, i numeri sono preoccupanti: 152 episodi vuol dire che – in media – ce n’è stato uno alla settimana per tre anni consecutivi. Ma tra casi del tutto sfuggiti agli inquirenti e indagini che non hanno portato ad alcuna misura, si tratta – ammette l’Anac – di una “approssimazione per difetto”. C’è quindi (molta) più corruzioni di quanto dicano i dati. Anche in Sicilia. Potrebbero aver impattato anche l’efficacia delle indagini o un maggiore ricorso alle misure cautelari. Ma di sicuro il primato è un indice di quanto il fenomeno sia diffuso. Gli episodi di corruzione nell’isola tra il 2016 e il 2019 sono stati quasi pari a quelli individuati in tutte le regioni del Nord messe insieme (29). È quantomeno azzardato, quindi, pensare che l’azione dei magistrati sia il solo motivo del divario tra la Sicilia e regioni come Piemonte ed Emilia Romagna (due casi), Veneto (quattro), Toscana (sei) e Lombardia (11). Le più corrotte alle spalle della Sicilia sono Lazio (con 22 casi), Campania (20), Puglia e Calabria (14).

Lavori pubblici, rifiuti, sanità

Tre casi su quattro riguardano gli appalti pubblici, “a conferma – scrive l’Anac – della rilevanza del settore e degli interessi illeciti a esso legati per via dell’ingente volume economico”. Il resto arriva da procedure concorsuali, procedimenti amministrativi, concessioni edilizie, corruzione in atti giudiziari. Il marcio attinge dalle tre, grandi, solite mangiatoie: lavori pubblici (cui si riferisce il 40 per cento degli episodi), rifiuti (22 per cento) e sanità (13 per cento).

La casta sotto casa

Voto e invettive, soprattutto negli ultimi anni, hanno puntato contro la politica, il Parlamento e il suo apparato. La retorica della casta deve però scontrarsi con i numeri: “Le forme di condizionamento dell’apparato pubblico più estese e pervasive – spiega il rapporto – si registrano prevalentemente a livello locale (specie al Sud)”. Gli enti “di maggior rischio” sono i Comuni. È nel municipio sotto casa che si registra il 41 per cento dei casi. Ci sono poi le società partecipate (16 per cento) e le aziende sanitarie (all’11 per cento). Il punto è che le mani da cui passano le bustarelle non sono sempre quelle dei politici. Tutt’altro. Dei 207 pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio indagati per corruzione, circa la metà appartiene all’apparato burocratico. E per trovarli non serve scalare la piramide: 46 indagati sono dirigenti, ma altrettanti sono funzionari e dipendenti. La corruzione non vola sopra le nostre teste: passa più spesso sotto le scrivanie del vicino di casa. Rispetto alla Prima Repubblica abbattuta da Tangentopoli, l’Anac sottolinea proprio questo aspetto: risulta “ancillare il ruolo dell’organo politico”. Anche se i suoi numeri restano “tutt’altro che trascurabili”. Quasi un caso su quattro coinvolge politici, con venti sindaci, sei vice-sindaci, dieci assessori e sette consiglieri. Per l’Aautorità c’è quindi una realtà “pulviscolare”, meno ancorata al sistema politico e più spesso “espressione di singoli gruppi di potere o di realtà economiche alternative e talvolta persino antagoniste alla vita delle istituzioni”.

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Gli appalti sartoriali

Altro mito da sfatare. La corruzione non arriva solo dagli affidamenti diretti (cioè quando ci si affida alla piena discrezionalità dell’amministrazione). Nei 113 casi di appalti sospetti, meno di uno su cinque coinvolge questo tipo di procedura. In tutti gli altri, la gara c’è stata. “Ciò lascia presupporre – scrive l’Anac – l’esistenza di una certa raffinatezza criminale”. Che adopera quello che l’Autorità definisce “bandi sartoriali”. Si tagliano criteri a misura della società amica, in modo da non destare sospetti. Forma rispettata ma sostanza criminale. Per sfuggire ai controlli, si registra poi una “strategia diversificata a seconda del valore dell’appalto: per quelli di importo particolarmente elevato, prevalgono i meccanismi di turnazione fra le aziende e i cartelli veri e propri; per le commesse di minore entità si assiste invece al coinvolgimento e condizionamento dei livelli bassi dell’amministrazione (come il direttore dei lavori) per intervenire anche solo a livello di svolgimento dell’attività appaltata”. A questo si aggiungono altri metodi, che vanno oltre i “ribassi anomali”, le “assegnazioni pilotate” e le “gare mandate deserte”. Bastano, ad esempio, “l’inerzia prolungata nel bandire le gare al fine di prorogare ripetutamente i contratti ormai scaduti”, “l’assenza di controlli” e “le assunzioni clientelari”

Il posto di lavoro è la nuova tangente

Già, le assunzioni. La vecchia bustarelle assume diverse forme. E l’Anac indica “il posto di lavoro come nuova tangente”. Tu mi fai un favore e io ti assumo. “Soprattutto al Sud – si legge sul rapporto – l’assunzione di coniugi, congiunti o soggetti comunque legati al corrotto è stata riscontrata nel 13 per cento dei casi”. Altre volte si passa dall’assegnazione di prestazioni professionali (11 per cento), specialmente sotto forma di consulenze. Ci sono poi “le regali” (7 per cento dei casi) e una miriade di modalità diverse, che coprono un quarto degli episodi: buoni pasto e benzina, vacanze, ristrutturazioni edilizie, riparazioni, servizi di pulizia, trasporto mobili, lavori di falegnameria, giardinaggio, tinteggiatura. Nonostante la ritirata del contante, il denaro “continua a rappresentare il principale strumento dell’accordo illecito, tanto da ricorrere nel 48 per cento delle vicende esaminate”. Ma non si immaginino grandi cifre. Spesso si parla di 2-3 mila euro. Ma in alcuni casi, sottolinea l’Anac, bastano 50 o 100 euro.