Non sono bastati gli sms dell’Inps: una parte delle famiglie smetterà (per ora) di ricevere il reddito di cittadinanza perché non ha integrato la domanda con i documenti richiesti. Quante saranno? Non ci sono ancora numeri ufficiali, ma secondo il Corriere della Sera dovrebbero essere circa 100 mila. Cioè una su dieci tra quelle che già lo percepiscono. Un altro inciampo del Reddito di cittadinanza, alle prese con una fase due ingolfata: solo un beneficiario su dieci ha firmato il “Patto per il lavoro” che dovrebbe accompagnarlo verso un nuovo impiego. Tutti gli altri, in pratica, hanno incassato fino a ora senza alcun obbligo previsto dall’impianto della legge.

La partenza monca

Il 4 ottobre, l’Inps ha inviato poco meno di 520 mila sms o email per chiedere a una parte (consistente) dei beneficiari del reddito di cittadinanza di integrare la propria documentazione. Motivo: il provvedimento era partito monco. È stato istituito con un decreto legge a fine gennaio, ma nel percorso parlamentare di conversione in legge, sono stati aggiunti alcuni requisiti necessari per ottenere il sussidio. Peccato che nel frattempo – da marzo – stessero già arrivando le prime domande. È stato così istituito un regime provvisorio: le richieste presentate sarebbero state accettate con i requisiti originari, pagando il reddito di cittadinanza fino alla fine di settembre. Poi sarebbe stato necessario aggiungere nuove informazioni. Un mezzo pasticcio, i cui risultati si vedono adesso.

Quante famiglie perderanno il reddito

Dopo la comunicazione dell’Inps, l’avvio era sembrato promettente: nelle prime 24 ore erano già arrivate più di 114 mila integrazioni. Alla scadenza, però, ne mancherebbe all’appello quasi una su cinque. Quindi 100 mila famiglie che da ottobre perderanno il reddito di cittadinanza (in media da 482 euro al mese). Colpa di requisiti che non ci sono o di una burocrazia farraginosa? Non è possibile saperlo con certezza. E forse la verità sta nel mezzo. In ogni caso, comunque, la gestione non ne esce bene. Se migliaia di famiglie hanno rinunciato per mancanza dei requisiti necessari, vuol dire che per sei mesi hanno ricevuto il reddito di cittadinanza senza averne pieno diritto (ad esempio perché condannati). Se invece il problema fosse la documentazione, ci sarebbero persone che non riceveranno più una somma cui avrebbero diritto. Chiaro: le certificazione che servono vanno presentate, ma una gestione efficace non dovrebbe creare attriti. Come invece sembra essere successo.

Quanto pesa la burocrazia?

Più della metà delle famiglie che accuseranno la sospensione del sussidio (53 mila) sono composte da extracomunitari, cui l’Inps ha chiesto adempimenti aggiuntivi rispetto agli italiani. Oltre a documenti che attestassero la mancanza di misure cautelari, di condanne definitive negli ultimi dieci anni e di dimissioni (per evitare di incoraggiare a lasciare il posto per percepire il reddito di cittadinanza), gli extracomunitari hanno dovuto “produrre una certificazione rilasciata dall’autorità competente dello Stato estero”, tradotta in italiano e approva dal consolato per verificare “la composizione del nucleo familiare e il possesso dei requisiti reddituali e patrimoniali”. Considerando che l’sms dell’Inps è arrivato il 4 ottobre e la scadenza era il 21, i cittadini extracomunitari hanno dovuto ottenere e spedire i documenti entro 17 giorni (ma solo 11 lavorativi). Non proprio pochi minuti, ma neppure un’eternità.

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Tra tagli e risparmi

È molto probabile che il taglio dei sussidi colpisca soprattutto il Sud. Anche qui, non è una certezza, ma le 100 mila famiglie vanno sottratte a una platea in prevalenza meridionale. Secondo l’Osservatorio sul Reddito di Cittadinanza dell’Inps, all’8 ottobre 2019 sono state accolte 982.158 domande (su oltre 1,5 milioni presentate), con altre 125.931 in lavorazione e 414.785 respinte o cancellate. Il 55,7 per cento dei beneficiari è costituito da nuclei residenti nelle regioni del Sud e nelle Isole, seguite dalle regioni del Nord (27,9 per cento) e da quelle del Centro (16,4 per cento). In attesa di avere una geografia più chiara dei tagli, è certo che la platea delle famiglie coinvolte scenderà attorno a quota 850 mila, quasi 400 mila in meno rispetto alle previsioni del governo (che aveva messo da parte risorse proporzionate alle sue stime). Tradotto: nel 2019 il reddito di cittadinanza dovrebbe costare un paio di miliardi in meno rispetto ai 5,6 stanziati. Non dovrebbero esserci colpi di reni tali da far guizzare i costi entro fine anno, anche perché il piano prevede di iniziare controlli più rigorosi, che dovrebbero quindi aumentare il numero di domande approvate ma decadute. In pratica, si prevede di rintracciare più furbi, sia perché mancanti dei requisiti sia perché si rifiutano di cercare un impiego secondo quanto previsto dal “Patto per il lavoro”. E qui arriva l’altra grana.

Il reddito c’è, il patto per il lavoro no

L’impianto del reddito di cittadinanza è costituito da due pezzi, che dovrebbero completarsi l’un l’altro. Il primo è il sussidio, il secondo passa dal reinserimento nel mondo del lavoro. Cioè dalle politiche attive di centri per l’impiego e navigator che dovrebbero guidare i beneficiari verso un nuovo posto di lavoro. Chi incassa il reddito è quindi obbligato (pena l’esclusione) a intraprendere un “percorso personalizzato”, “coerente” con le propri esperienze. Lo hanno chiamato “Patto per il lavoro”. Il problema è che è fino a ora lo hanno sottoscritto solo in 70 mila. Cioè una persona su dieci tra quelle che incassano il reddito e sono definite “occupabili” (non tutte lo sono). I numeri sono emersi il 21 ottobre, nel corso dell’incontro tra la Conferenza delle Regioni e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo. Una buona fetta delle firme è siciliana: 18 mila. Nessuna regione ne ha registrate di più. Seguono le 15 mila della Campania e le 9.400 il Piemonte. Per mettere in moto una macchina, con navigator da formare e procedure da oleare, ci vuole tempo. Ma spicca il fatto che su oltre 200 mila beneficiari convocati dai centri per l’impiego, un terzo non si è neppure presentato. Tra domande da integrare e fase due a rilento, la macchina non va solo rodata: viene assemblata in corsa. Un po’ come partire per un viaggio con la batteria scarica e i freni malmessi per fare in fretta. E poi fermarsi a ogni stazione di servizio per sistemare le cose. Non proprio una partenza intelligente.