I siciliani consumano meno acqua degli altri, anche perché la metà si perde durante il trasporto. E, per qualità del servizio idrico, sono complessivamente i più insoddisfatti. Ad affermarlo l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato uno studio sull’utilizzo e la qualità della risorsa idrica in Italia. I dati dell’Istituto di statistica considerano l’uso dell’acqua per uso civile nella penisola, con le condotte che raggiungono oltre il 99 per cento dei comuni italiani, l’acqua per uso industriale e la qualità del mare nelle coste.

Consumi: Sicilia la più virtuosa e prima per dissalazione

Con 184 litri di acqua erogata pro capite, la Sicilia è la regione italiana dove i cittadini consumano meno acqua per uso civile. Il dato, evidenziato anche nel recente rapporto di Legambiente sull’Ecostistema urbano, vede Agrigento primeggiare con appena 109 litri per abitante al giorno. Nella regione la maggioranza dell’acqua potabile, l’82 per cento, viene prelevata da pozzi o sorgenti all’interno del territorio, e solo lo 0,2 per cento viene importato in alcune isole, dando alla regione una sostanziale autonomia idrica. La Sicilia è anche la prima regione d’Italia nell’utilizzo delle acque marine dissalate per uso potabile: quasi l’85 per cento del totale nazionale. La regione è anche prima per l’utilizzo di acque marine per uso industriale, con il 42 per cento degli 88 milioni di metri cubi nazionali. Dieci milioni di metri cubi servono ad alimentare impianti idroelettrici, anche questo un primato italiano.

La metà dell’acqua viene persa nel trasporto

Ma, a fronte di un consumo ridotto, la quantità di acqua immessa nelle reti dagli acquedotti è circa il doppio, raggiungendo i 369 litri. Una perdita di acqua del 50 per cento all’interno di tubature e infrastrutture obsolete ma su cui incide, come sottolineato da Istat nel rapporto “la lontananza delle fonti di approvvigionamento: non vi è processo di distribuzione di acqua realizzato senza alcuna perdita lungo il percorso che dai serbatoi giunge agli utenti finali”. La perdita è comunque sopra la media nazionale, ferma al 41 per cento, secondo i dati del 2015 presi come riferimento, e vede prima della Sicilia solo Basilicata (55 per cento di perdite), Sardegna (55), e Lazio (53). L’area più virtuosa è quella del bacino del Po, dove le fonti di approvvigionamento sono mediamente più vicine e le perdite sono di poco superiori al 30 per cento. L’acqua persa nel trasporto potrebbe quindi “soddisfare le esigenze di 40 milioni di cittadini”, e fa dell’Italia il Paese europeo con il maggior spreco delle risorse idriche per uso civile.

Poco consumo, ma qualità pessima

Il contraltare dei consumi ridotti è però dato dalla qualità scadente dell’acqua, almeno quella percepita dagli utenti. In Sicilia il 32 per cento delle famiglie si dichiara “poco o per nulla soddisfatta” del servizio idrico a causa dei disservizi frequenti nel’erogazione, un valore che cresce al 49,7 per cento per quanto riguarda colore limpidezza e odore, il dato peggiore d’Italia. Il 51 per cento degli intervistati, poi, ritiene le bollette troppo care. Le opinioni degli utenti hanno però hanno riscontro in un altro parametro, ovvero quello della qualità dell’acqua nelle coste. E la Sicilia, con 11 spiagge interdette alla balneazione nel corso del 2015, è risultata la regione peggiore a causa degli inquinanti riscontrati. Le coste interessate rappresentano appena l’1,2 per cento del totale, ma le acque definite “eccellenti” dal rapporto Istat sono solo il 50 per cento, con un ulteriore 10 per cento scarsamente monitorato e per le quali l’istituto di statistica non può fornire dati.

Le industrie usano depuratori pubblici

Il dato sulle acque balneabili è strettamente collegato all’efficienza dei depuratori. Istat fornisce anche un dato aggiornato sul numero di famiglie che hanno segnalato delle interruzioni del servizio, il 29,3 per cento del totale, un dato peggiore solo in Calabria (39 per cento di disservizi), e che Istat spiega, per entrambe le regioni, con la lentezza della riorganizzazione del servizio idrico, diviso in aree come quella etnea tra numerosi fornitori, sia pubblici che privati, che si riscontra con lo scarso uso di impianti di depurazione. Gli impianti sono assenti in 16 comuni litoranei – anche questo un record negativo -. Sono in totale 414 al fronte degli oltre 3800 del Piemonte, regione con superficie e popolazione paragonabile. In Sicilia mancano soprattutto dei grandi impianti, più efficienti e che servono conurbazioni oltre i 50 mila abitanti. Gli impianti pubblici di depurazione siciliani devono inoltre farsi carico, più che in qualunque altra regione, degli scarichi industriali: il 95 per cento del totale. “L’alta percentuale di acque reflue industriali trattate in impianti pubblici di depurazione riscontrata in Sicilia – spiega Istat – è dovuta ai grandi poli industriali presenti sulle coste. In Sicilia il solo impianto sito a Priolo Gargallo depura l’81,2 per cento di tutti i reflui industriali, di origine petrolifera e petrolchimica”.