A quasi 160 anni dall’Unità d’Italia e dalla nascita delle questione meridionale, le differenze tra Nord e Sud sono lontane dall’essere azzerate. Anzi aumentano. Lo hanno fatto anche negli ultimi vent’anni secondo il rapporto “L’Economia e la società del Mezzogiorno” presentato da Svimez alla Camera dei deputati. “Come nel 2016 e nel 2017, anche nel 2018 la crescita del prodotto nel Mezzogiorno è risultata inferiore al resto del Paese, con un ulteriore allargamento del gap di reddito e benessere tra le due aree”, si legge. Una delle motivazioni è certamente dato dal fatto che “nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord”. Ecco quindi che gli esperti sottolineano come “la semplificazione che vuole che il confronto continui a svolgersi tra due fronti contrapposti, identificati con un Nord propositivo e un Sud conservativo, va rimossa”. E ancora: “bisognerebbe chiudere con la stagione delle contrapposizioni territoriali e depurare il confronto dalle scorie rivendicazioniste (provenienti da Nord e da Sud) ormai stratificate nel dibattito pubblico, per riportarlo sui temi ‘nazionali’ della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici e su quelle necessarie per la ripresa della crescita del Paese”.

Meno soldi anche per il cibo

Secondo i dati diffusi, il divario Centro-Nord/Mezzogiorno riguarda soprattutto i consumi e il crollo degli investimenti pubblici. Nel 2018 il Pil al Sud è cresciuto di appena lo 0,6 per cento, meno del punto percentuale che aveva raggiunto nel 2017. Non solo. Come conseguenza della caduta dei redditi e dell’occupazione, si nota un ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Nel Mezzogiorno del Paese, nel 2018, le famiglie hanno addirittura ridotto la spesa per il cibo di mezzo punto percentuale. Dati sconfortanti se si pensa che significano che “mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel Mezzogiorno i consumi sono ancora al di sotto del livello del 2008 di -9 punti percentuali”.

A sud meno 8,6 per cento di spesa delle Pa

Una delle maggiori cause del divario tra Nord e Sud, comunque, è secondo Svimez il ruolo della pubblica amministrazione. Il dato del 2018 segna appena mezzo punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente nella spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche. Se però si considera che nel decennio 2008-2018, si sono persi oltre otto punti e mezzo mentre nel Centro-Nord sono cresciuti di un punto mezzo, si spiega perché Svimez la considera “una delle cause principali, a dispetto dei luoghi comuni, che spiega la dinamica divergente tra le aree”.

Investimenti in macchinari in picchiata

Le cose vanno meglio se si guarda al capitolo degli investimenti. “La componente più dinamica della domanda interna nel Mezzogiorno (+3,1 per cento nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte del +3,5 per cento del Centro-Nord)”, secondo Svimez. A guardare bene però, anche in questo settore, nel 2018, si allargano le differenze tra Nord e Sud, a cominciare dalla spesa pro capite in opere pubbliche: 102 euro nel Mezzogiorno, 278 nel Centro-Nord. “Nel 1970 erano rispettivamente 677 euro e 452 euro pro capite”. Significa che la spesa sostenuta dallo Stato per gli investimenti pubblici è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi e nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22 a 24 miliardi. Gli investimenti che hanno subito un forte rallentamento sono quelli in macchinari e attrezzature. Rispetto all’anno precedente, infatti, il Sud registra un aumento di appena un decimo di percentuale, mentre il Centro-Nord di quasi cinque punti. Non solo. I dati relativi alle regioni meridionali sono ancora al di sotto dei livelli pre crisi di quasi 28 punti percentuali. Al Centro-Nord invece si è superata quella soglia del cinque per cento. Si tratta di numeri che definiscono preoccupanti “perché sono soprattutto gli investimenti in macchinari e attrezzature a indicare la volontà di investire delle imprese”.

I numeri siciliani

I numeri della Regione siciliana del 2018 sono migliori di quelli dell’anno precedente. Il Pil è tornato a salire, anche se di solo mezzo punto, ma è comunque una notizia positiva dopo una recessione dello 0,3 per cento del 2017. I settori che crescono di più sono quello industriale (quasi il 6 per cento) e le costruzioni (4 per cento). I servizi segnano appena +0,1 per cento mentre l’agricoltura crolla di oltre quattro punti percentuali. Anche in questo caso il dato indica un maggiore divario tra le aree del Paese. In generale infatti l’agricoltura è calata al Sud di quasi il tre per cento mentre nel Centro-Nord è aumentata di oltre tre punti percentuali.

Nord-Sud: tre milioni di occupati in meno

A minori opportunità per il Sud corrispondono peggiori condizioni sociali e occupazionali. Così la differenza tra gli occupati del Centro-Nord e quelli del Mezzogiorno è di 3 milioni di persone. Nel dettaglio al Sud si contano circa 260 mila occupati che rappresenta il quattro per cento in meno del livello del 2008 a fronte di un aumento di oltre due punti percentuali del Centro-Nord. E si sta sempre peggio. “Sulla base dei dati territoriali disponibili, la crescita dell’occupazione nei primi due trimestri del 2019 riguarda soltanto il Centro-Nord (+137 mila unità) cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (–27 mila unità)”, scrive Svimez nel suo rapporto. Molti dunque sono quelli che emigrano. Se a questo si aggiunge che c’è anche un calo della natalità ne deriva un ulteriore motivo di divario tra Nord e Sud del Paese.

Meno nascite e più emigrati

A tutti i numeri negativi elencati ne vanno aggiunti altri, quelli relativi al tasso di nascite e ai giovani che lasciano la propria regione in cerca di nuove e più proficue opportunità. A partire sono soprattutto giovani con elevati livelli di istruzione che significa ulteriore impoverimento per le regioni del Sud che si privano delle loro menti migliori. Una scelta che per molti rappresenta una strada obbligata dal momento in cui, come dicono da Svimez, “al Sud il tasso di occupazione giovanile 15-34 anni ancora nel 2019 è intorno al 29 per cento, un dato senza paragoni in Europa”. Dall’inizio del secolo hanno lasciato il Mezzogiorno poco più di 2 milioni di residenti di cui la metà sono giovani con meno di 34 anni.

Donne obbligate al part time

Per quanto riguarda l’occupazione femminile i dati sono disarmanti: “le regioni meridionali sono agli ultimi posti in Europa per tasso di attività e occupazione femminile: nel 2018 il Sud ha perduto ulteriore terreno, superata perfino da Ceuta e Melilla, dalla Guyane francese e dalla Macedonia”. Nelle regioni del Sud la disoccupazione femminile è intorno al 20 per cento, circa il doppio rispetto al Centro-Nord. Trovare lavoro per una giovane donna del Sud è difficile e quando ci riesce, si tratta di assunzioni part time (+23 per cento). Il lavoro a tempo pieno è addirittura in calo (-1 per cento). Spesso, per non dire nella quasi totalità dei casi, le donne sono obbligate al tempo parziale, tanto che il part time involontario, nel decennio, è aumentato di oltre il 97 per cento.

Pochi anche i servizi, più numerosi i poveri

Anche la casella del quadro che riguarda la spesa pro capite delle Amministrazioni pubbliche in servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola, è meno pesante quella del Sud. Nel 2017 per ogni cittadino del Mezzogiorno si sono spesi circa tre mila euro meno che per quelli del Nord: 11.309 contro 14.168. Un divario che anche in questo caso cresce sempre più invece che ridursi. Le differenze si notano soprattutto nell’offerta di scuole per l’infanzia e formazione universitaria. Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Anche le strutture sono carenti considerando che il 56 per cento delle scuole del sud ha bisogno di
manutenzione urgente. La situazione fa sì che la povertà allarghi il suo abbraccio, coinvolgendo sempre più anche chi lavora. L’incidenza della povertà assoluta nel 2018 è cresciuta al Sud all’otto per cento, ma sale oltre il 14 per cento nel caso in cui il capofamiglia occupato ha un contratto di operaio. La misura del Reddito di cittadinanza secondo Svimez non serve a molto sia perché “la povertà non si combatte solo
con un contributo monetario, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti
in egual misura i diritti di cittadinanza”, sia perché “l’impatto del RdC sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro”.

I sindacati

“Una inversione di rotta soprattutto sul fronte degli investimenti produttivi non può essere rinviata. Ci auguriamo – afferma il segretario generale della Cgil Sicilia, Alfio Mannino – che la classe dirigente siciliana abbia un sussulto di orgoglio e faccia in pieno la propria parte per quello che le compete e nelle relazioni con il governo nazionale, che ci auguriamo si renda una buona volta conto della drammatica condizione del Mezzogiorno”.
“Occorre una forte politica di rilancio dello sviluppo del Sud, in grado di riequilibrare le differenze territoriali, partendo dall’applicazione puntuale della clausola del 34 per cento della spesa ordinaria per investimenti nel Sud e dalla necessità di spendere presto e bene le risorse dei fondi comunitari”, afferma Ivana Veronese, segretaria confederale Uil. “Non bastano i proclami o le belle intenzioni, – aggiunge – bisogna passare dalle parole ai fatti e concentrare le risorse su pochi obiettivi: infrastrutture sociali e per la mobilità; l’internazionalizzazione delle imprese unitamente alla loro crescita dimensionale, patrimoniale e innovativa; il rafforzamento della pubblica amministrazione anche attraverso un piano straordinario di assunzioni. La Legge di Bilancio traccia alcune di queste proposte e auspichiamo che altre possano trovare spazio nell’annunciato “Piano per il Sud””.