È bravo ma potrebbe fare di più. Il Sud che esce dal “Rapporto sulla competitività dell’agroalimentare nel Mezzogiorno” dell’Ismea è un po’ come lo studente spronato dai professori a esprime le sue potenzialità. Il peso del settore non è ancora proporzionato alle sue ricadute economiche. Nonostante un “contesto istituzionale” che fa da zavorra, però, ci sono alcuni segnali positivi. Uno su tutti: un’iniezione di gioventù, con tante nuove aziende fondate da under 40. In parte – sottolinea lo studio – è questione di “mancanza di alternative”. Ma “i dati autorizza a pensare che l’attrattività del settore sia effettivamente aumentata”, soprattutto grazie a “interessanti prospettive” che una nuova generazione di imprenditori è chiamata a cogliere.

Il peso dell’agroalimentare

Le potenzialità inespresse del Sud sono tutte in una cascata di percentuali. Le otto regioni del Mezzogiorno concentrano il 57 per cento degli occupati dell’agroalimentare italiano. Producono però il 31 per cento della ricchezza nazionale e pesano appena per il 17,4 per cento dell’export. Già da queste tre cifre si notano con chiarezza alcune caratteristiche: al Sud il settore è “più debole e frammentato”, spinge su comparti ad alta intensità di manodopera e ha una “bassa propensione a esportare”. L’export cresce, ma “contribuisce in misura ridotta rispetto al potenziale derivante dalla base produttiva”. È un po’ come un tubo che perde: non conta quanta acqua ci metti dentro se dall’altra parte ne arriva solo una parte. Eppure questo tubo che perde sarebbe fondamentale per il Mezzogiorno: agricoltura e pesca costituiscono il 17,2 per cento del valore aggiunto. Pesano quindi (in proporzione) più del doppio sull’economia del Sud rispetto a quella del Nord. Un dato che è ancor più significativo in Sicilia: la regione vale quasi un quarto della produzione, concentra il 22 per cento delle imprese e copre il 24 per cento della superficie agricola meridionale.

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Web e consumatori: le opportunità

L’agroalimentare del Sud non è scampato alla crisi, pur reggendo. “È andato peggio rispetto al resto d’Italia ma comunque meglio del resto dell’economia dell’area”. Adesso, l’Ismea individua alcuni incentivi che stanno convincendo lo studente a dare il meglio di sé. Negli ultimi anni c’è stata una “crescita del reddito disponibile, lo svilupparsi delle potenzialità informative del web, l’ampliarsi dei flussi turistici” e un nuovo “approccio al cibo”, con “consumatori più evoluti” che danno peso non solo alla qualità ma anche alla provenienza. “Questi mutamenti – spiega il rapporto – hanno alimentato una crescita senza precedenti della domanda di made in Italy, traducendosi in una grande opportunità”. A fare da traino è soprattutto la domanda estera, con crescenti esportazioni di prodotti della nostra tradizionale, quali “frutta, derivati dei cereali, derivati del cacao, preparazioni a base di ortaggi e frutta, bevande”. Ma si è assistito anche a “un significativo miglioramento della competitività di alcuni prodotti”, come i vini in bottiglia.

La carica delle imprese giovani

Negli ultimi quattro anni, il numero di imprese nel settore agricolo del Mezzogiorno ha manifestato una “maggiore tenuta rispetto al Centro-Nord”. Una tendenza che il rapporto definisce “fisiologica”. In una ambiente più competitivo – come quello settentrionale – è normale che le imprese incapaci di tenere il passo chiudano. Tra il 2015 e il 2018, inoltre, la crescita del numero di imprese nell’industria alimentare è sempre stata maggiore al Sud. Non si può escludere, afferma l’Ismea – che si tratti di “mancanza di alternative”. Non c’è lavoro altrove quindi torno ai campi. Ma il rapporto crede ci sia di più: “Si aprono prospettive per le imprese meridionali in grado di allargare l’orizzonte di mercato al di là della domanda locale (che resta piuttosto asfittica) verso quella nazionale e internazionale”. Agroalimentare locale sì, ma che guardi oltre il proprio recinto. Il settore è ancora piuttosto anziano, ma c’è “una dinamica positiva recente dei capi azienda under 40”. Nel 2013 erano 26.330. Erano diventati 52.610 nel 2016. Nel 2018, le imprese attive in agricoltura, silvicoltura e pesca guidati da under 35 erano quasi 60 mila. Più di una su due ha sede Sud, che ha visto una crescita di imprese giovani più pronunciata rispetto al resto del Paese.

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La zavorra: infrastrutture e istituzioni

L’agricoltura del Meridione, nonostante i buoni segnali, deve però fare i conti con alcuni problemi strutturali. Neppure le imprese del settore sfuggono a una minore produttività. Le aziende dipendono ancora troppo da fonti esterne di finanziamento, che pesano sulla “capacità d’innovazione”, della quale, invece, “molte delle imprese agroalimentari avrebbero bisogno per garantire una prospettiva di competitività sui mercati nel futuro”. L’Ismea individua anche altri due punti deboli. Il primo riguarda “il marchio e l’immagine aziendale, che non vengono sufficientemente valorizzati”. Il secondo è “il contesto in cui le imprese operano”. La mancanza di infrastrutture e il funzionamento delle istituzioni sono “una zavorra” che “può limitare il potenziale competitivo del sistema produttivo meridionale”. Insomma: se lo studente non dà il massimo, non è solo colpa sua. Nonostante i tanti freni, però, il rapporto è ottimista: “Emergono segnali di dinamismo nell’imprenditoria del settore agroalimentare che fanno sperare in una maggiore affermazione del ruolo del Mezzogiorno, non più soltanto come luogo di consumo ma come centro di produzione agricola e alimentare, in grado di estendere con successo il suo raggio d’azione al di fuori del mercato locale, in ambito nazionale e anche internazionale”.