“Se la tassa rimarrà di un euro al chilo, noi possiamo andare a casa”. Baldassare Di Giovanni è titolare della Coreplast Srl, azienda con sede a Carini (in provincia di Palermo) specializzata nella produzione di oggetti in materiale plastico. È preoccupato dalla possibile introduzione della plastic tax, l’imposta che il governo Pd-5stelle intende istituire per ridurre la produzione di un materiale considerato la prima causa di inquinamento a livello mondiale.

Con la tassa addio ricavi

“Se dovesse essere a carico del produttore – aggiunge Di Giovanni – per noi è la fine”. Perché? “Il materiale plastico di cui facciamo uso noi, il polipropilene – spiega l’imprenditore -, costa due euro al chilo. L’aumento del 50 per cento della materia prima impedirebbe qualsiasi ricavo”. Inserita nella bozza della finanziaria 2020, presentata lo scorso 2 novembre dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, la plastic tax è una delle misure più contestate di tutta la manovra, ma anche quella che porterebbe fin da subito il maggior gettito fiscale nelle casse dello Stato. A preoccupare imprenditori e utenti finali c’è lo spettro del fallimento per le attività commerciali e il rischio che il carico fiscale ricada per intero sul consumatore finale. Ma la partita è ancora tutta da giocare. Ora il testo è in Senato, dove si punta a licenziarlo in tempi brevi per inviarlo poi alla Camera i primi giorni di dicembre.

Cosa prevede la bozza di legge

Il disegno di legge della finanziaria 2020 istituisce “un’imposta sul consumo dei manufatti con singolo impiego, che hanno o sono destinati ad avere funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari”. A questi si aggiungono i prodotti semilavorati, realizzati con l’impiego, anche parziale, di materiale plastico. Rimarrebbero fuori dal campo di applicazione della norma le siringhe e tutti quei materiali comunque compostabili. La tassa sui manufatti di plastica a singolo utilizzo (Macsi), come gli imballaggi – stando alla bozza pubblicata da Palazzo Chigi e in attesa di eventuali modifiche – peserà sulla spesa in misura di un euro al chilo. “Un’imposta così – sottolinea Di Giovanni – avrebbe un effetto a cascata sul consumatore finale”. Per questo al Mef si stanno studiando i primi correttivi per provare a limitare i rincari per imprese e utenti. Stando a quanto trapelato, l’obiettivo del Governo sarebbe quello dimezzare l’entità della tassa e intensificare invece il credito d’imposta per spingere le imprese alla riconversione degli impianti e alla produzione di manufatti riciclabili o compostabili.

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I dubbi delle imprese

È ancora tutto in ballo, dunque, e gli interrogativi non mancano. “Non si capisce come dovrebbe essere corrisposta – aggiunge Di Giovanni -, chi dovrebbe emettere fattura e a carico di chi sarebbe realmente la tassa. Al momento siamo molto disorientati”. Secondo il provvedimento governativo il pagamento dell’imposta dovrebbe essere a carico del fabbricante, per la produzione nel territorio nazionale; per i Macsi provenienti da altri Paesi dell’Unione europea, del soggetto che acquista nell’esercizio dell’attività economica o del cedente qualora i Macsi siano acquistati da un consumatore privato; per i materiali provenienti da Paesi terzi, dell’importatore. Il titolare dell’azienda leader nel settore industriale e alimentare si dichiara “assolutamente impreparato”. “Addirittura – aggiunge – sapevo che si pagasse 20 centesimi al chilogrammo che, su due euro, è il 10 per cento del guadagno e le assicuro che questo è già un utile. Se poi venisse approvata nella misura di un euro siamo rovinati”.