La faglia che separa il centro dalla periferia

Il Sud affronta una crisi multifattoriale, che affonda le proprie radici in cause di origine storica, geografica, istituzionale, industriale, politica e psicologica

Da ormai dieci anni i segnali provenienti dall’economia meridionale ci hanno abituato a movimenti infinitesimali e contraddittori. Pochi trend sembrano resistere per più di un paio di semestri senza poi invertire di segno o almeno contrarsi. Il che molto semplicemente significa che il Sud del Paese non ha una direzione da intraprendere e sembra galleggiare preda della bonaccia in attesa che il vento, uno qualunque, le imponga una direzione. Così, ad inizio dell’anno, il numero delle imprese attive risultava equivalente a quello dell’anno precedente (meno di un milione e settecentomila), e il Prodotto Interno Lordo cresceva di meno della metà (0,4 per cento) di quello del Paese.

Tra le realtà del Mezzogiorno, la Sicilia, dal canto suo, spesso sembra arrancare perfino a fronte di questi già asfittici risultati. Anche qui gli indicatori scoraggianti sono numerosi. Valga uno su tutti, all’incrocio tra sviluppo economico e sociale: quello della percentuale di siciliani che hanno conseguito, negli anni della propria formazione, un titolo di studio non superiore alla licenza media. Si tratta del quarantanove per cento, praticamente la metà della popolazione dell’Isola, dato sul quale grava e graverà l’emorragia costante di giovani laureati, che abbandonano la propria terra d’origine in cerca di migliori condizioni occupazionali, o addirittura di un’occupazione tout court. Da questo punto di vista, la dinamica del fenomeno si presenta come una spirale che si avvita su se stessa: le condizioni occupazionali dell’Isola scoraggiano la permanenza della forza lavoro più qualificata, la cui carenza rallenta a sua volta la crescita.

Attardarsi sui singoli indici, tuttavia, per quanto evocativi possano risultare, rischia di essere un esercizio poco produttivo. È infatti la loro complessiva stazionarietà a destare la maggiore preoccupazione. Diversamente avremmo una crisi settoriale, l’affanno di una parte soltanto del processo produttivo; fenomeno sgradevole ma ordinario, perfino necessario allo sviluppo di nuovi settori. Meno preoccupazione desterebbe pure una contrazione delle attività economiche che fosse compatibile con dinamiche di ciclo, che cioè rallentasse per poi accelerare, magari in sincrono con altre, più avanzate, parti del Paese e dell’Unione. Invece, ciò che appare è un rallentamento non occasionale e nemmeno parziale dell’economia, bensì uno oramai costante e sufficiente generalizzato (tra le pochissime eccezioni, il settore turistico si muove in controtendenza).

Non pare quindi esserci una sola chiave per spiegare – ed eventualmente invertire – il ritardo della nostra economia. Piuttosto, pare di essere dinanzi ad una crisi multifattoriale, che affonda le proprie radici in cause di origine storica, geografica, istituzionale, industriale, politica, e perfino psicologica. Nei successivi appuntamenti di questa rubrica proveremo a considerarne alcune, lungo quella direttrice centro-periferia che oggigiorno sembra permeare gran parte delle vicende economiche globali e le loro conseguenti ricadute sociopolitiche. Non sempre si tratta di cause macroscopiche, epocali. Più spesso sono vicende puntuali, limitate nel tempo e nello spazio, che producono risultati tangibili e misurabili, e che tuttavia appartengono ad una logica più generale che non va trascurata se si vuole tentare di contrastarne le conseguenze.

È il caso della contrazione, portata alla luce da una recente ricerca condotta dall’IBAM-CNR, delle risorse ordinarie delle società private che operano (anche) con denari pubblici. Così Ferrovie dello stato ed Eni, fra altre, hanno falcidiato l’impiego di risorse al Sud. Si tratta di una delle principali cause dell’ampliamento del divario con il Nord Italia, che ha implicato negli ultimi dieci anni una riduzione di centocinquantamila occupati ed una perdita di produzione che si aggira intorno ai dieci miliardi. Il caso è emblematico: imprese precise, come Anas ed Enel, hanno grandemente ridotto l’impiego di proprie risorse nel Mezzogiorno. Scelte imprenditoriali che hanno avuto delle cause ragionevoli, orientate al profitto e certamente non punitive. Al tempo stesso si tratta di imprese strategiche, rette con il concorso dello Stato e dunque finanziate anche dalla generalità dei cittadini. Esempio di dettaglio, quindi, che rimanda però ad una dinamica più generale: può uno Stato che partecipa, seppure in minima parte, a decisioni che finiscono con il penalizzare una parte definita della propria popolazione, non compensare altrimenti il divario di cui è corresponsabile? Può limitarsi ad assistere inerte a tali differenziazioni sul proprio territorio, implicitamente assumendo come legittime le traiettorie senza sbocco di spirali negative? E di contro: entro quali limiti il decisore pubblico può correggere le differenze territoriali senza mortificare gli incentivi dei singoli al raggiungimento di maggiori livelli di benessere?

Proveremo in futuro a riflettere insieme su casi e questioni come questi, consapevoli che è lungo la faglia che separa il centro dalla periferia, le metropoli dai territori satelliti, il Nord dal Sud, che si giocheranno le partite decisive ed il destino di tanta parte di noi.