Remote work, l’ultima rivoluzione del lavoro

L’agognato posto fisso sta progressivamente abbandonando il podio dell’occupazione perfetta. Questa è forse la promessa più forte del lavoro remoto

Lavorare da casa, fisicamente soli ma virtualmente connessi ai colleghi potenzialmente distanti migliaia di chilometri o a diversi fusi orari. Succede oggi, in Sicilia, a Catania, dove i lavoratori a distanza, i remote workers, sono almeno 700, stando agli iscritti alla nostra comunità Remote Workers Catania. Una conquista di indipendenza, o una involuzione? La risposta è difficile da dare, e si può cercare nella storia, in quanto quella del lavoro è intimamente connessa a quella stessa dell’uomo. Quello che è cominciato come attività svolta e regolata all’interno di un contesto familiare, nel corso dei secoli ha attraversato diverse fasi passando per la schiavitù, la servitù, le botteghe artigiane fino a che la rivoluzione industriale non ha portato le fabbriche e, come naturale conseguenza, le lotte di classe che hanno modificato il diritto del lavoro. L’elemento che potremmo notare qui è che, come in qualsiasi altra manifestazione della socialità dell’uomo, il lavoro si evolve con l’evolversi della società stessa passando dalle forme più semplici in cui il frutto del lavoro è appannaggio del solo padrone, verso forme più garantiste anche per chi lo svolge in pratica, in una continua metamorfosi che allontana il lavoro da una semplice incombenza a scapito del lavoratore e la avvicina ad una vera e propria attività sociale compartecipata.

In questa grossolana sequenza per fotogrammi, il lavoro remoto, o remote work, si configura come l’ennesimo passo, ultimo in senso cronologico, verso il raggiungimento di un nuovo traguardo per il lavoratore. Le scorse generazioni ci hanno lasciato in eredità una idea di lavoro che si svolge dentro un luogo specificamente adibito al caso, che bisogna raggiungere quotidianamente e che è la sede unica della totalità delle attività lavorative, inclusa la componente sociale. Le stesse generazioni hanno imparato a riconoscere quella tipologia di lavoro come un’importante fonte di ricchezza e di stabilità economica, ma al contempo ne hanno conosciuto le storture, magistralmente analizzate in Italia nelle grottesche e caricaturali avventure del ragionier Fantozzi. Gli ultimissimi decenni, carichi di contraddizioni tra floridi contesti di boom (come nel segmento digitale) e regressioni economiche, hanno indebolito l’idea del lavoro inteso come porto sicuro dove svolgere la propria mansione per decine di anni e hanno contribuito alla formazione dell’idea di un lavoro fluido, più facile da sostituire nel caso di prematura conclusione o di semplice convenienza economica.

In questo brevissimo racconto, che chiaramente tratteggia soltanto i margini di un argomento estremamente complesso senza alcuna pretesa di esaustività, si intende evidenziare come l’agognato posto fisso stia progressivamente abbandonando il podio dell’occupazione perfetta nell’immaginario collettivo e che l’attenzione continua a virare verso una nuova metrica che assume sempre più importanza: l’equilibrio lavoro/vita privata. E questa è forse la promessa più forte del lavoro remoto. Offre l’opportunità di coronare le proprie aspirazioni lavorative accettando contratti di aziende altrimenti irraggiungibili potendosi al contempo permettersi il lusso della scelta se andare o restare. O ancora essere in grado di raggiungere clienti dislocati geograficamente espandendo il proprio raggio di azione a tutto il mondo.

Il dati parlano chiaro, i remote workers continuano a rosicchiare fette della torta dei lavoratori nel mondo, sebbene gli stati uniti guidino il trend. Nel 2000 un articolo del New York Times informava che il numero dei lavoratori remoti ammontava a circa 3.2 milioni, cifra che in tre anni raggiunge i 3,9 milioni secondo il 2017 State of Telecommuting in the U.S. Employee Workforce Report che attingeva dal Censimento Americano di quell’anno.
Nel 2018 il 2018 Global Report on the State of Remote Work intervista più di 3000 lavoratori di vari settori (finanza, salute, manifattura, educazione e accoglienza) in sei continenti e il 18 per cento di questi riporta che lavora remotamente da casa in modo stabile (full-remote). Il 52 per cento dice di lavorare da casa due o tre volte a settimana e il 68 per cento almeno una volta al mese.

E oltre a modificare le abitudini dei remote workers, il lavoro remoto comincia ad avere effetti anche nei territori in cui i lavoratori viaggiano (nel caso dei digital nomads) o si stanziano. Perchè con il cambio di paradigma arriva anche un nuovissimo e completo ventaglio di esigenze da soddisfare attraverso l’offerta commerciale delle attività che si attrezzano di WiFi e postazioni per accomodare lavoratori più o meno occasionali, locali completamente dedicati a questo nuovo tipo di clientela, una rinnovata urgenza nel colmare il digital divide per consentire il lavoro remoto anche dai centri più piccoli o lontani dalle grosse aree urbane attrezzate e addirittura un adeguamento della richiesta nel mercato immobiliare visto che sempre più gente richiede appartamenti o case che abbiano almeno una stanza da adibire ad home-office.

Come ogni altra rivoluzione, il lavoro remoto ha richiesto che si formasse un sostrato tecnologico e socio-culturale su cui erigere le proprie fondamenta. La continua crescita dell’innovazione nelle telecomunicazioni ci ha fornito gli strumenti tecnologici necessari e siamo nella fase in cui la cultura interna delle società si modifica per accogliere questo nuovo modello e i governi si attrezzano per recepirlo e regolamentarlo. Il lavoro remoto è già qui per restare, bisogna adesso imparare a conoscerne le debolezze e le infinite possibilità per non farsi cogliere impreparati.