Le ritenute fiscali per ogni lavoratore non saranno più pagate dall’azienda allo Stato, ma direttamente da chi mette in appalto un’opera. Non importa che sia un ente pubblico o privato. È la novità introdotta dall’articolo quattro del decreto fiscale. “Il fine è nobile – afferma il coordinatore regionale della Conferenza degli Ordini dei commercialisti, Salvatore Dilena – ma nasconde difficoltà economiche per gli imprenditori e burocratiche per gli enti”.

Le richieste dell’Ance

Il provvedimento, pubblicato il 26 ottobre, prevede che “i soggetti che affidano il compimento di un’opera o di un servizio a un’impresa sono tenuti al versamento delle ritenute ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio”. I costruttori italiani ne chiedono l’abrogazione perché “si preannuncia un impatto grave per le imprese del territorio e per tutta la filiera edile”, denunciano dall’Ance. In particolare, secondo il presidente dell’associazione etnea Giuseppe Piana, “determinerà un costo per le imprese pari a circa 250 milioni di euro all’anno e l’ennesima complicazione burocratica per il settore”. Un allarme lanciato anche da Ance nazionale, già ascoltata in Commissione Finanze della Camera sul decreto fiscale.

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Le nuove ritenute fiscali

Fino a oggi, non sempre le aziende hanno rispettato la tempistica del versamento delle ritenute fiscali allo Stato. “Sebbene esiste un obbligo – afferma Dilena – ha fatto comodo agli imprenditori avere queste disponibilità, magari per pagare un fornitore fondamentale all’avanzamento dei lavori stessi. Le sanzioni ci sono, ma considerando il ritardo dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, soprattutto al Sud, spesso questa prassi ha permesso all’azienda di andare avanti”. La legge che entrerà in vigore dal primo gennaio del 2020, invece, toglie questa possibilità. Prevede infatti di pagare “l’importo corrispondente all’ammontare complessivo del versamento dovuto al committente con almeno cinque giorni lavorativi di anticipo rispetto alla scadenza del versamento”, prevista per ogni 16 del mese. Non solo dunque dovrà pagare in modo puntuale, dovrà farlo cinque giorni prima della scadenza. Se non avviene, l’ente appaltante, che sia la Regione, un Comune o un privato, dovrà “procedere d’ufficio”. Dovrà quindi decurtare l’importo delle detrazioni fiscali da quanto deve all’azienda. Un provvedimento analogo a quello già avviato con lo split payment, che però è relativo all’Iva.

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Addio alla compensazione

“Ciò, di fatto, impedisce alle imprese esecutrici di commesse pubbliche di ricorrere al meccanismo della compensazione con lo Stato tra debiti e crediti fiscali – afferma il presidente di Ance Sicilia, Santo Cutrone – che è invece un notevole aiuto a chi si deve indebitare per onorare stipendi e pagamenti ai fornitori quando dall’altro lato la pubblica amministrazione paga dopo anni. L’Ance Sicilia sostiene fortemente la richiesta di abolire di questo complicatissimo meccanismo – aggiunge – perché soprattutto nell’isola sarebbe un ulteriore colpo insostenibile per il sistema delle imprese edili impegnate in lavori di opere pubbliche, già penalizzate, oltre che dalla crisi economica e dalla carenza di appalti, anche dal meccanismo dello split payment dell’Iva, del quale l’Ance ha chiesto o di non prorogarlo o di estenderlo all’va dovuta ai fornitori”.

Rischio intasamento burocratico

Oltre al danno per gli imprenditori, secondo Ance, la norma crea anche un maggiore intasamento burocratico. “L’ente pubblico committente dovrà rivoluzionare i propri uffici”, aggiunge Salvatore Dilena. “Questi devono infatti ricevere dall’azienda il flusso di informazioni relative da ogni dipendente per le opere specifiche, procedere ai versamenti e ridare comunicazione di quanto avvenuto all’appaltatore”, spiega Dilena. “Un meccanismo alquanto farraginoso – lo definisce – soprattutto quando un’azienda ha appalti diversi con enti diversi”. Una prassi di certo più articolata dell’attuale compilazione di un modulo F24 da parte dell’azienda per tutti i suoi lavoratori, ma che dovrebbe garantire una riduzione degli abusi da parte degli imprenditori. Non sempre infatti, le cifre relative alle ritenute fiscali, dapprima trattenute per mantenere la stabilità dell’azienda, sono state davvero versate per il lavoratore.