“Unicredit verserà 64 milioni di euro di imposte in Sicilia, una scelta condivisa con il ministero dell’Economia”. L’annuncio viene direttamente dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, per il quale “la decisione rappresenta un ulteriore segnale di attenzione della banca verso il nostro territorio”. Nonostante si tratti di un atto autonomo dell’azienda, Palazzo D’Orleans parla di un “riconoscimento alla Regione di una parte dei tributi annuali versati dall’Istituto di credito per i redditi prodotti nell’Isola, così come prevede l’articolo 37 dello Statuto siciliano”. Ma la norma, a parere del professore Agatino Cariola, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Catania, ha ben poco a che vedere con le prerogative statutarie: “È una operazione una tantum sull’onda dell’emergenza e del favore, quando tutto il sistema tributario dovrebbe essere uniformato per tutte le Regioni, non solo la Sicilia”.

Lo statuto siciliano e l’accertamento dei redditi

Musumeci cita l’articolo 37 dello Statuto che prevede, per le aziende che hanno sede fuori dalla Sicilia ma che nell’isola hanno “stabilimenti ed impianti”, un accertamento dei redditi da attribuire a questi ultimi, con riscossione a carico della Regione. “Lo prevede lo Statuto – prosegue Cariola -, così come prevede la possibilità di stabilire imposte e tributi propri e il fondo di solidarietà stabilito dall’articolo 38. Ma mentre guardiamo al singolo episodio, non sappiamo come viene rimpinguato il fondo, o se attualmente ha una dotazione di cento euro, di cento milioni o di zero. Anche questa è una norma di rango costituzionale”. Dell’applicazione dell’articolo dello Statuto, nell’accordo con Unicredit, non c’è in sostanza traccia. Per 64 milioni che entrano, inoltre, “non si conosce l’entità dei trasferimenti previsti dall’autonomia finanziaria introdotta dal federalismo fiscale del 2009, ad esempio. Ma soprattutto – spiega – questi interventi vanno normati a livello nazionale con un riordino del sistema tributario, una disciplina organica che vale per tutte le regioni, ipotesi simile a quella dell’autonomia differenziata. Il numero assoluto non significa nulla se non si mette mano a una riforma”.

Lo statuto non applicato? Andrebbe riformato

Il punto di vista di Cariola sul tema dello “statuto non applicato” è spiegato in maniera estesa in un contributo per l’Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie (Issirfa), nel quale il costituzionalista auspica un “regionalismo in divenire”, partendo proprio dall’inapplicabilità di alcune prerogative, emersa fin dalla legge numero 2 del 1948. Un esempio è l’articolo 21 che assegna la facoltà “al presidente della Regione Siciliana di partecipare al consiglio dei ministri con voto deliberativo e con il pomposo rango di ministro”. Alcune sentenze della Corte costituzionale sembrano però andare in direzione dell’applicabilità dell’articolo 37, come la la numero 207 del 2014. La decisione della Consulta, citata spesso come principio su cui fondare l’accertamento dei crediti prodotti in Sicilia, e la loro riscossione “è frutto di una impugnativa di una norma del 2013 che prevedeva l’eliminazione di detrazioni fiscali Iva. La sentenza – spiega Cariola – ribadiva come dovesse essere assicurato il gettito derivante dalla ‘capacità fiscale’ del territorio, e che questo venisse distribuito alle Regioni. Ma è un principio che vale per tutta Italia, e non riguarda gli articoli dello Statuto siciliano”.

“Unicredit non sta regalando nulla”

Cariola fa infine una considerazione di carattere più generale sul tema: “Bisogna ricordare quando si fanno questi annunci di quante cooperative, imprese e aziende siano state acquisite da aziende con sedi fuori dalla Sicilia o sono andare via in questi anni. Non c’è più la Fiat, ma nemmeno il Banco di Sicilia, prima fuso con la Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele e poi ceduto proprio ad Unicredit. Di cosa esultiamo? 64 milioni sono tanti o pochi? Unicredit – prosegue – non sta regalando nulla: ricordiamoci che ha inglobato il sistema bancario siciliano, e ormai in questo settore siamo in una situazione di avere rapporti come consumatori al supermercato con decisioni prese altrove. Lo Stato con le tasse deve prevedere che le regioni funzionino – conclude il costituzionalista – soprattutto quando hanno, come la Sicilia, competenze estese anche in materia industriale oltre che in sanità commercio e altro”.