I soldi ci sono. Nella pubblica amministrazione mancano competenze, visione d’insieme e controllo dei contratti (nulli a livello locale). In generale, latita “l’attenzione allo sfruttamento delle potenzialità offerte dalla digital innovation”. Nel “Referto in materia di informatica pubblica”, presentato oggi alla Camera, la Corte dei conti rimuove il grande alibi: se la Pa non è ancora abbastanza digitale, la responsabilità non è del portafoglio. Già con quello che c’è a disposizione, si potrebbe fare molto di più. Ma quanto c’è a disposizione? Ecco, questo è il problema: non si sa.

I soldi ci sono (ma non si sa quanti)

“Appare difficilmente invocabile la scarsezza di risorse pubbliche tout court per giustificare il mancato raggiungimento dei risultati attesi”, spiega la Corte dei conti. Le stime indicano una spesa complessiva di circa 5,8 miliardi l’anno per l’informatica pubblica, tra risorse nazionali e comunitarie. Una somma definita “cospicua”, che “potrebbero fare la differenza nell’adeguamento dell’Ict italiana”. Il problema è che “viene utilizzata in misura limitata e non sempre nel modo più razionale”. Cioè si spende poco e – soprattutto – male, perché manca “una governance unitaria”, che impedisce di avere quello che il referto chiama “presidio delle risorse”. Tradotto: nessuno sa esattamente quanti euro ci siano a disposizione e come vengano spesi. E se non si fa ordine, non solo si sprecano fondi ma diventa difficile capire cosa sta funzionando: “Qualsiasi strategia nazionale che voglia misurarsi con obiettivi e risultati – afferma la Corte – non può prescindere da una conoscenza puntuale delle risorse disponibili, che consenta di mettere a raffronto le esigenze, i costi ed i risultati ottenuti anche in termini di servizi effettivamente resi alla collettività”. Invece adesso “le informazioni presenti nelle varie banche dati relativamente alla spesa per l’Ict sostenuta dai soggetti istituzionali appaiono complesse e frammentarie”. Insomma, un papocchio.

Contratti, l’eccezione diventa norma

Di centralizzato c’è poco. Tanto per cominciare ci sono “incertezze” negli acquisti. Da Consip e dalle altre centrali pubbliche dalle quali dovrebbe passare la maggior parte dei contratti, hanno ancora un “utilizzo scarso”. I numeri crescono, ma la spesa Ict che passa da Consip è stata di 2,2 miliardi nel 2018, cioè meno del 40 per cento di quella tracciata (senza contare quindi quella fuori dai radar). Se la gestione è dispersiva, ne risentono trasparenza e cassa. Da un lato c’è “uno scarso ritorno di informazioni circa le potenzialità di risparmio”. Dall’altro si evitano aste che fanno registrare ribassi medi oltre il 45 per cento. Molte amministrazioni preferisco procedure prive di bando (definite dall’Autorità anticorruzione “improprie”) e “proroghe tecniche” (che permettono al fornitore di operare oltre i termini del contratto), nate come soluzione di emergenza di breve durata ma diventate norma. C’è anche da dire che, almeno in parte, queste distorsioni sembrano essere strumenti di difesa. Metà delle procedure gestite da Consip richiede oltre un anno. Tempi che non si conciliano né con le esigenze della pubblica amministrazione, né con il passo della tecnologia: soluzioni evolute oggi, tra 12 mesi potrebbero non esserlo.

Leggi ancheWiFi gratis in 165 Comuni. C’è a Mongiuffi, non nei capoluoghi

Nebbia sui controlli

Se l’assegnazione della spesa è nebulosa, non va meglio il loro controllo. L’Anac è competente sulla “selezione del contraente” e sulle informazioni relative ai bandi, ma non raccoglie dati “per la fase di gestione dei contratti”. Un po’ come se un automobilista potesse superare i limiti di velocità e guidare ubriaco solo perché ha la patente. “L’assenza di monitoraggio da parte dell’Anac – spiega la Corte – non è compensata da un ruolo pregnante in tal senso da parte di AgID”, che ha “limitate risorse umane”. L’Agenzia per l’Italia digitale non ha abbastanza persone per verificare se i contratti informatici della pubblica amministrazione stanno funzionando. E così “solo 13 Pubbliche amministrazioni risultano avere contratti sottoposti a monitoraggio” (68 in tutto). Ma “nessuna azione di monitoraggio appare attuata sui contratti delle amministrazioni locali”. Regioni, città metropolitane e aziende sanitarie sono nella nebbia. Ed è proprio per questo che la Corte chiede “riflessioni per un più ampio e complessivo presidio delle attività e delle risorse”.

Dipendenti anziani e poco digitali

In un Paese che si trova al 24esimo posto in Europa del Digital Economic and Society Index (Desi), non stupisce che neppure i dipendenti della pubblica amministrazione brillino per competenze digitali. L’età media è di cinquant’anni (e tenderà ad aumentare). Il 62 per cento ha al massimo il diploma di licenza media superiore e solo uno su tre la laurea. In più, sottolinea la Corte dei conti, “le immissioni di personale giovane, in buona parte ‘nativi digitali’ avvengono con ritmi lenti”. Le competenza mancano non solo alla base della piramide, ma anche in cima. Una ricerca della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, citata dal referto, “segnala la prevalenza tra i dirigenti pubblici di capacità informatiche operative piuttosto che di quelle riferibili ad una gestione dell’Ict più strategica e manageriale”. Per metterla giù in modo brusco: sanno compilare un exel ma hanno idee quantomeno vaghe di come si digitalizzi la propria struttura.