Ci sono i tempi burocratici da aspettare ma ormai la strada è tracciata. Lo conferma anche la pubblicazione in Gazzetta europea del decreto del ministero delle Politiche agricole: i capperi delle isole Eolie acquisiscono la denominazione di origine controllata Dop. Una buona notizia, visto che la denominazione è a tutela dei produttori e dei loro prodotti a loro volta legati a specifiche aree del territorio e a un disciplinare di produzione. Non tutti però sembrano contenti.

Cappero delle Eolie, termine generico

A Salina, dove si concentra la maggior produzione dei capperi eoliani, circa l’80 per cento, non sono d’accordo. C’è un presidio slow food che riunisce i cinque maggiori produttori e trasformatori di capperi dell’isola e, almeno al momento, nessuno avrebbe intenzione di aderire alla tutela Dop. “Per noi non è una buona notizia: il nome cappero delle Eolie non identifica davvero il prodotto. È troppo generico. Salina è la vera culla del cappero e così avrebbe dovuto chiamarsi”, afferma Maurizia De Lorenzo che sull’isola gestisce l’azienda di famiglia Roberto Rossello, in particolare dopo la scomparsa prematura del figlio che aveva deciso di continuare la tradizione iniziata dal nonno. “Adesso che sembra un dato di fatto ci riuniremo per capire il da farsi, ma non credo che cambierà nulla”, aggiunge.

Meglio Igp che Dop

De Lorenzo racconta che avrebbero preferito la denominazione Igp, indicazione geografica tipica, per cui avevano avviato anche la procedura “ma poi non ne abbiamo saputo più nulla”. Le due sigle di tutela dei prodotti a livello comunitario prevedono infatti, per i prodotti Dop, l’ambiente geografico di riferimento quale motivo di tutte le qualità e le caratteristiche del prodotto; per gli Igp invece, si fa riferimento a una data qualità o caratteristica del prodotto relativa a un determinato territorio. Una differenza importante per chi si occupa di questi boccioli.

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Produzione dopo cinque anni

Maurizia De Lorenzo, inoltre, smentisce la possibilità che la dicitura Dop possa portare a un incremento della produzione per soddisfare la richiesta. In primis perché la pianta del cappero “entra in produzione almeno dopo cinque anni dalla sua messa a dimora”, spiega. La seconda motivazione è legata alla dimensione delle aziende dell’isola che, tutte insieme, riescono a produrre tra i 400 e i 500 quintali annui, secondo quanto riferisce la produttrice. Si arriva a circa 700 considerando le produzioni in tutte le sette isole. “Siamo tutte aziende piccole e tali vogliamo rimanere. Io ho mille piantine e riesco a produrre una ottantina di quintali. Per la mia produzione di prodotti, anche lavorati, ne compro alcuni da altri produttori ancora più piccoli”, afferma Maurizia De Lorenzo. La vendita, inoltre, è senza intermediari. Si vende ai privati per lo più ma qualcosa finisce anche all’estero.

L’aumento dei prezzi è impossibile

Non sarebbe positivo neanche il risvolto economico perché il prodotto, già di per sé, è abbastanza caro. Aumentarlo quindi non è prevedibile. Il costo dei capperi di Salina varia, a seconda della dimensione, tra gli 11 e i 22 euro al chilo. Più sono piccoli e più sono cari. “I capperi sono diffusi – pensiamo a quelli di Pantelleria, già Igp, ma ci sono anche in altre parti d’Italia e altre zone come in Marocco – spiega la produttrice -. Non tutti guardano la provenienza del prodotto e se devono scegliere tra un cappero che costa cinque euro e uno che ne costa il doppio, con la crisi che c’è, è facile che scelgano quelli che costano meno”. “Non si diventa ricchi coltivando e trasformando i capperi a Salina”, afferma ancora De Lorenzo. “La mia azienda ha un fatturato di 150 mila euro, ma tolte tutte le spese rimangono circa 20 mila euro di utili. La mia è una questione di cuore, lo faccio per mio figlio e tutta la mia famiglia”.

Un lavoro usurante

I prezzi sono alti ma il lavoro dietro è notevole. Tanto che sono sempre meno quelli che si dedicano al cappero. Alcuni lasciano addirittura le piante incolte perché non conviene. Si raccoglie ogni otto-dieci giorni, a mano, da maggio ad agosto. “È un lavoro che ti spacca la schiena perché devi stare tutto il tempo chino sotto il sole cocente, spesso a 40 gradi”, dice De Lorenzo. “La raccolta inoltre, inizia molto presto la mattina per evitare le ore più calde, e dopo, visto che i terreni sono lontani e impervi, devi anche portare i chili raccolti a spalla fino a destinazione”, aggiunge. Un lavoro certosino che non tutti possono fare. A differenza di quanto accade con arance e pomodori, ci vuole esperienza, altrimenti il prodotto potrebbe rovinarsi. La paga, poi, è a cottimo o meglio al chilo. “Il pagamento è di circa tre euro al chilo, anche per questo devi saperlo fare. Non è utile a nessuno raccogliere due o tre chili al giorno, né al dipendente né all’azienda”, conclude De Lorenzo.