“Dall’elefantiasi degli anni ‘80” si è passati alla “desertificazione” bancaria. L’assessore all’Economia Gaetano Armao ha sintetizzato così, in una frase, i dati dell’Osservatorio regionale sul credito. I numeri raccontano una regione con sempre meno filiali, espressioni di banche con sede fuori dalla Sicilia. Con ogni sportello che copre in media 20 chilometri quadrati e quasi 4 mila persone. Una densità neppure lontanamente paragonabile con quella di Toscana e Veneto.

La ritirata delle banche regionali

Alla fine del 2018, in Sicilia erano attive 59 banche. La tendenza, che va avanti ormai da dieci anni, è quella della riduzione: gli istituti erano 79 nel 2007. Non è tutto frutto di chiusure, ma in parte dell’aggregazione che sta caratterizzando il settore. Una coagulazione che porta il controllo lontano dall’isola. A pesare sul calo, infatti, sono soprattutto gli istituti con sede locale. In un decennio sono passati da 39 a 23. Quattro su dieci non esistono più. Le banche con sede fuori dall’Isola sono invece 36, con una sostanziale stabilità nell’ultimo lustro. Una linea in discesa e una piatta, che si sono incrociate nel 2013: da allora, in Sicilia operano più istituti extra-regionali. Le superstiti casalinghe sono venti banche di credito cooperativo, due popolari e una società per azioni. Mettono insieme 291 sportelli, meno di un quarto del totale. Normale, visto che si tratta di istituti più piccoli. Il punto è che l’erosione degli sportelli non riguarda solo le banche siciliani. Nel 2010 gli sportelli erano 1762. Alla fine dello scorso anno erano diventati 1273. Quanto ha influito sulla copertura? Tanto, a giudicare dai numeri.

Senza sportello un comune su quattro

In Sicilia c’è uno sportello ogni 3928 abitanti e 20,3 chilometri quadrati. Traducendo: un comune siciliano su quattro (102 centri) non ha una filiale. Per capire se è tanto o poco, basta un confronto con tre regioni, scelte dal rapporto perché rappresentative di sud, centro e nord. La Campania ha una percentuale più elevata di comuni senza sportelli (il 45,8 per cento). E più alta è anche la popolazione per ogni sportello (4470 abitanti). È però decisamente inferiore il rapporto tra superficie e filiali: c’è uno sportello ogni 10 chilometri quadrati. In parte, il dato siciliano si spiega con una densità di popolazione molto più bassa. Ci sono quindi aree dove non ci sono banche perché, semplicemente, non ci sono neanche le persone. Ma non basta questo per spiegare il divario con altre regioni. In Toscana c’è uno sportello ogni 1884 abitanti e 11,6 chilometri quadrati. Ma sopratutto: appena dieci comuni sono sprovvisti di filiali. Meno del 4 per cento. Il Veneto non è molto lontano: copre il l’88,6 per cento dei comuni e ha uno sportello ogni 1963 residenti. Come ha sottolineato Armao in un post su Facebook, “dal confronto emerge come la presenza di sportelli nel territorio siciliano sia meno capillare, il che rende necessaria l’adozione di misure di accompagnamento in collaborazione con Poste italiane”.

In un anno persi 700 posti di lavoro

Meno sportelli vuol dire anche meno posti di lavoro. Tra il 2017 e il 2018, il mondo bancario siciliano ne ha persi 700 (da quasi 11 mila a 10271 dipendenti). L’Italia, nello stesso periodo, ne ha persi poco meno di 8 mila, pari al 2,8 per cento della forza lavoro. Si tratta però di una media, frutto di un’Italia spaccata in due. I bancari siciliani sono calati del 6,4 per cento, quelli campani del’8 per cento. La Toscana ha perso qualche decimale; il Veneto ha assunto (+1,1 per cento). La desertificazione bancaria è, ha sottolineato il vicepresidente della Regione, “una tendenza che riguarda l’intero sistema bancario del Mezzogiorno ormai composto prevalentemente da anche minori e che rischia di essere azzerato”. “Sicché – ha continuato Armao – occorre chiedersi, sul piano della politica economica, se al Sud serva un sistema bancario articolato in banche piccole, medie e grandi o se sia più efficiente spingere verso la concentrazione in strutture grandi, con le conseguenti economie di scala e le ricadute positive su erogazione del credito, investimenti selettivi è migliore performance delle sofferenze”.

Credito, Armao: “Le banche facciano di più”

L’Osservatorio scatta anche una fotografia di depositi e credito. I primi stano lievitando. Continuano a diminuire con un ritmo superiore rispetto al resto del Paese, invece, gli impieghi (cioè quello che le banche prestano). “Il sistema bancario siciliano, profondamente mutato nella sua morfologia – ha scritto il vicepresidente della Regione – deve dimostrare di saper far di più di fronte alla ripresa della propensione al risparmio e dell’incremento della raccolta incrementando l’offerta di credito per sostenere lo sviluppo”. La vera anomalia siciliana però è un’altra: oltre la metà degli impieghi va alle famiglie (mentre il dato nazionale non arriva a un terzo). Poche quindi le risorse destinate alle imprese. Per Armao è la “conferma della desertificazione imprenditoriale in corso”. Vero, anche se il dato ha in parte (molto in parte) una spiegazione meno cupa. Come ha notato il rapporto di Banca d’Italia sul primo semestre dell’economia siciliana, sta migliorando la redditività delle imprese. E questo permette loro di autofinanziarsi piuttosto che fare ricorso al credito bancario.

Impieghi più sani (ma non abbastanza)

La buona notizia arriva dal rapporto tra sofferenze (i crediti la cui riscossione non è certa) e impieghi: è calato, in due anni, dal 17,3 al 10,1 per cento (con Palermo sotto l’8 per cento). Vuol dire che il credito bancario è più sano. Calma però: rispetto alla media italiana, il rapporto resta quasi doppio. Ed è più elevato sia per le famiglie (7 contro 4 per cento) che per le imprese (16,2 contro 10).