Per la prima volta si riducono i tempi d’attesa per i medici in corsia e si allungano quelli per chi è prossimo alla pensione. Con l’approvazione del nuovo Patto per la Salute da parte della Conferenza Stato-Regioni si tracciano le nuove regole per la sanità fino al 2021. “Con questo Patto affrontiamo alcuni nodi fondamentali, a partire da quello del personale, per provare a dare più forza al nostro Servizio sanitario nazionale”, ha dichiarato il ministro Roberto Speranza.

Nuove assunzioni

Per aumentare il personale sono previste nuove assunzioni. Al capitolo sarà destinato il 15 per cento di risorse che crescono di due miliardi di euro quest’anno e di uno e mezzo il prossimo. Saranno, perciò, 116 miliardi e mezzo nel 2020 e poco meno di 118 nel 2021. Le novità riguardano anche giovani e vecchi medici che curano i pazienti. Da una parte, anche gli specializzandi iscritti al terzo anno di specializzazione potranno partecipare ai concorsi per la dirigenza sanitaria, dall’altra “sarà consentita la proroga a rimanere a lavoro oltre i 40 anni di servizio e fino a 70 anni di età ai medici specialisti, su base volontaria e secondo le esigenze aziendali”, si legge sul documento.

Carenza di medici specializzati

L’incremento di personale è di certo un tassello importante anche per la sanità siciliana. Lo testimonia Marco Ambrogio, dirigente medico dell’Azienda sanitaria provinciale di Ragusa. “C’è carenza un po’ in tutte le unità operative e in tutte le specialità. Nella nostra unità operativa, ad esempio, ci vorrebbero almeno nove medici. Siamo invece in sei”. Anche Salvo Giuffrida, dirigente generale dell’unità operativa ospedaliera Cannizzaro di Catania parla di penuria di personale. “La Sicilia è stata penalizzata dal blocco delle assunzioni. Quando abbiamo potuto far partire le chiamate, molti medici sono subito tornati, spesso dal Nord. Certo, dipende anche dalla capacità attrattiva di un presidio ospedaliero”, dichiara. Al Cannizzaro, per dire, servirebbero una trentina di medici “che si aggiungono a infermieri e operatori socio-sanitari”.

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In corsia fino a 70 anni

Se l’aumento di personale è certamente un dato positivo, non vale lo stesso per quelle misure che allungano la “professione in corsia”. “È un po’ difficile vedere, soprattutto in certe specialità chirurgiche o anestesiologiche, un collega di 70 anni operare con l’efficienza di uno più giovane. Forse potrebbe essere una buona idea per certe specialità mediche che hanno un ritmo differente, ma in quelle sottoposte a stress continuo mi sembra azzardato” commenta Ambrogio. “Credo che l’idea sia una forzatura ma penso che si possa trattenere in servizio un medico, se ancora è in grado di espletare appieno le proprie funzioni”, afferma Salvo Giuffrida. D’accordo con la misura è invece Alessandro Cappellani, direttore del dipartimento di Chirurgia generale e specialità medico chirurgiche dell’Università di Catania: “un chirurgo di 70 anni è al massimo della sua capacità professionale, mandarlo in pensione è un errore”. Cappellani mette alla base i giusti controlli e la giusta correttezza del medico e considera l’estensione del limite fino ai 70 anni una novità che riguarda solo la sanità pubblica. “In tante cliniche private molti medici in pensione dal sistema sanitario pubblico continuano a lavorare con successo”.

Specializzandi a lavoro

L’altra novità riguarda i giovani: chi sta ancora studiando, potrà diventare già operativo. “È un rischio”, dice Ambrogio, “perché non possono assumersi le stesse responsabilità che avrebbe un medico nei confronti dei pazienti. Non so come intendano inquadrare il discorso ma spero che lo approfondiscano e ci ripensino un po’ sù”, aggiunge. Secondo Giuffrida, proprio perché gli specializzandi non potranno assumersi grosse responsabilità “dovranno essere affiancati da un medico strutturato. Di fatto non stiamo facendo nulla di innovativo. Magari può tornare utile: invece di fare fare il turno di notte a tre strutturati ne metto due accompagnati da uno specializzando”, dice. Per Cappellani è comunque un fatto positivo. “Ho degli specializzandi che faccio lavorare tantissimo e già al terzo anno li considero formati, quindi possono lavorare in reparto a pieno titolo. Il problema semmai è che tutti i laureati in medicina devono avere possibilità di specializzarsi”.

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Il numero chiuso

La colpa della differenza tra medici disponibili e necessari è, secondo i medici, nella formazione. Due gli imbottigliamenti. Il primo nel numero chiuso per l’accesso alla laurea in Medicina. L’altro, ancora più stretto, nell’accesso alla specializzazione. “Stiamo raccogliendo quello che i politici hanno seminato in passato. Era prevedibile”, commenta Marco Ambrogio. Per Giuffrida il numero chiuso non è il male assoluto, ma andrebbe rivisto. “I laureati in Medicina, seppure non sufficienti al fabbisogno generale, non sono così pochi”, commenta. “Il numero chiuso delle facoltà è un problema anche perché la selezione ha portato all’aumento in concomitanza di corsi privati, in altri Paesi europei”, sottolinea invece Cappellani.

Pochi corsi di specializzazione

Cappellani e Giuffrida insistono anche sull’insufficienza dei corsi di formazione. “La soluzione è quella di ampliare le scuole di specializzazione e concentrare in ospedali di grande complessità un maggior numero di posti letto e competenze di alto livello. Se lo Stato investe per formare i medici, è giusto che lo faccia anche per specializzarli”, afferma Giuffrida. Qualcuno non completa gli studi dopo la laurea perché non riesce a superare la selezione, altri riescono a entrare in specializzazioni che però non erano la loro prima scelta. Viene fuori un quadro di medici e mancati medici non soddisfatti. Tanto più che l’accesso alla specializzazione è un vero e proprio imbuto. “A Catania, per esempio, abbiamo 300 iscritti a Medicina ma soltanto un terzo potrà accedere alle specializzazioni”, ribadisce Cappellani.

Mancano i concorsi

Una volta formati, magari proprio nel settore sognato, i medici devono poi trovare lavoro. Un altro ostacolo da superare. “Non c’è solo la questione del numero chiuso ma anche il ritardo nel bandire i concorsi, cosa che ha portato tanti colleghi ad andare all’estero in cerca di lavoro. Ora stanno nascendo delle opportunità ma per anni i concorsi sono stati bloccati”, afferma Marco Ambrogio. Affinché i concorsi possano avere dei vincitori poi, è necessario che ci siano medici pronti ad entrare in corsia in perfetta autonomia. Ma senza le specializzazioni “tra dieci anni, per potere mantenere una sanità efficiente, dovremo assolutamente aprire all’estero, come hanno fatto Francia e Inghilterra”, conclude Cappellani.