“ll 2020? Non si inaugura certo con ottimi auspici”. Parola di Alfio Mannino, segretario regionale della Cgil, che al termine di un anno che lo ha visto da luglio eletto alla guida del sindacato, non nasconde la crisi dell’economia e del lavoro. “La situazione dell’apparato produttivo – spiega – morde interi settori in crisi, con crescite di natura congiunturale solo nel farmaceutico che incide poco sull’intero sistema”. Per l’anno che verrà Mannino indica delle priorità frutto degli investimenti attesi dall’isola, ma non ancora arrivati. La prima è “il rilancio delle infrastrutture. Poi il rilancio industriale in chiave green. La terza, una politica di welfare con maggiori investimenti orientata al diritto allo studio: i ragazzi siciliani che vanno fuori a studiare svuotano le nostre università, prima causa dell’impoverimento culturale e dello spopolamento”.

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Settori in crisi e 15 miliardi non spesi

Tra i settori in crisi, Mannino cita innanzitutto “l’edilizia, che ha perso il 50 per cento in dieci anni”, ma anche “l’agricoltura dà segni di sofferenza. Dopo un triennio positivo anche il turismo ha avuto un calo. E, nonostante la Sicilia abbia retto nel settore dei servizi, penso a quello che accadde ai call center di Almaviva, con duemila addetti che rischiano il lavoro. Complessivamente, la Sicilia ha un apparato produttivo che si sgretola”. Il problema più urgente sembrano però gli investimenti che tardano ad arrivare, dai fondi europei a quelli del patto per la Sicilia, passando dal programma quadro di Rete ferroviaria italiana per il rinnovo di buona parte delle principali tratte. “Stiamo parlando di 15 miliardi che la Sicilia ha a disposizione ma che non riesce a mettere in campo. Nello scenario generale, abbiamo una mancanza di prospettiva da parte regionale e nazionale”.

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Cultura giù e la bolla della Gdo

Mannino ricorda poi le difficoltà del settore culturale. “La chiusura dei teatri non solo rischia di fare un danno all’occupazione, ma incide sempre più su un’isola che si sta svuotando di giovani e di competenze”. Un ulteriore elemento che aggrava la situazione economica della regione è però la grande distribuzione, una bolla che rischia di scoppiare. “Il settore per anni è stato drogato, perché ci sono più centri commerciali del fabbisogno, e ora i nodi arrivano al pettine in uno scenario di grande crisi economica dove calano i consumi”. A farne le spese, i lavoratori dei piccoli gruppi (vedi Forté), mentre si assiste “ad una concentrazione in grandi gruppi come Arena, o come il fenomeno Conad che non è una azienda ma una cooperativa di piccoli dettaglianti, una condizione che dopo l’acquisizione di Auchan causa una perdita di diritti per migliaia di lavoratori”.

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La promessa di più investimenti al Sud

Nell’ultima finanziaria, però, Mannino vede dei segnali positivi. “Innanzitutto c’è il raddoppio delle zone inserite nel Sistema nazionale aree interne Snai che diventano dieci. Anche se le nostre cinque dal 2013 non hanno mai avuto un euro, non c’è dubbio che questi strumenti vadano accelerati: non possiamo attendere altri sei anni”. La seconda nota positiva è invece relativa agli investimenti per il Mezzogiorno, che saranno “il 34 per cento del totale, mentre la media era stata del 29. Uno scarto di 6 miliardi l’anno in potenza, elemento che salutiamo in maniera positiva. Ma – prosegue il sindacalista – resteranno gocce nel mare se non si rilancia l’apparato produttivo nei poli industriali del petrolchimico di Gela, Siracusa e Milazzo che mostrano i loro limiti, perché in termini occupazionali non danno quanto il territorio richiede. Hanno un vecchio modello produttivo. Bisogna rilanciarli in chiave green, e lo sblocco di Argo-Cassiopea a Gela va in questa direzione, significa occupazione e innovazione. Siamo nella fase preliminare, speriamo che l’Eni mantenga gli impegni”.

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Il “made in Sicily” che pesa poco

Le aree industriali legate alla produzione di derivati del petrolio, del resto, pesano ancora tantissimo nell’economia siciliana: oltre il 40 per cento delle esportazioni riguarda questo settore. “Non possiamo pensare di puntare sul petrolchimico, dobbiamo puntare sui nostri punti forti. Ma il made in Sicily non è mai veramente partito e non ha alcuna infrastruttura materiale o immateriale. Nell’agricoltura di qualità – spiega – siamo la tredicesima regione come produzione e la dodicesima come trasformazione. Sul turismo, nonostante le ottime performance degli aeroporti, abbiamo solo 14 milioni di turisti, praticamente quanto Malta”. Secondo Mannino quindi “si devono trovare modelli produttivi diversi e politiche industriali che escano dalla chimica e puntare su agroalimentare hi-tech ed energie rinnovabili.

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Il caso Coca Cola

A rischiare adesso ci sono anche i lavoratori di un’azienda come la Sibeg, che produce e imbottiglia Coca Cola in Sicilia. Tanto più che è considerata green, con l’utilizzo ad esempio di una flotta di auto elettriche: “Sono stati i primi a farlo”, dice Mannino. L’azienda ora minaccia 150 licenziamenti a causa della plastic tax, introdotta proprio per scoraggiarne l’uso con finalità anti inquinamento. “Certamente – prosegue Mannino – è vero che ci sono nuovi costi di produzione. Ma non possiamo parlare di ‘green new deal’ e pensare di non fare scelte di riconversione, che prevedono anche degli sgravi. Non so se il governo ha introdotto il tema per fare cassa, ma abbiamo necessità di innovare. E sul tema dello zucchero abbiamo dei problemi che stanno investendo la nostra società. Non ci saremmo aspettati dalla famiglia Busi uno sterile rivendicazionismo scaricando sui lavoratori questa minaccia di intervenire, licenziando”.