La Sicilia, in termini di crescita, ha appena chiuso “il peggior decennio dal dopoguerra”. Parola di Gaetano Armao, assessore all’Economia e vicepresidente della Regione siciliana che solo pochi giorni fa, in una conferenza trasmessa in diretta Facebook, auspicava per la Sicilia un moto di orgoglio per uscire da una crisi che sembra non avere fine: dal 2008 l’economia dell’isola ha perso “il 13 per cento”. A fornire una lettura più critica alle proprie parole sono però i dati diffusi dallo stesso Armao, e provenienti dal servizio Statistica e analisi economica della Ragioneria generale della Regione: la Sicilia dipende per il 20 per cento dai contributi pubblici, più di tutti.

Un quinto della spesa siciliana viene dal pubblico

Un quinto dell’economia siciliana si basa sugli investimenti dal Sistema pubblico allargato, che comprende le amministrazioni ma anche le imprese pubbliche nazionali e locali, contro una media nazionale del 12 per cento. Il dato, nel documento di sintesi diffuso dalla Regione, secondo Armao è da spiegarsi con “carenze strutturali e delle politiche perseguite in passato”, e si accosta ad una spesa della Pubblica amministrazione in rapporto alla domanda interna che arriva al 32 per cento, contro una media nazionale del 24. Un “ruolo preponderante dell’intervento pubblico, frutto di politiche errate”, secondo l’assessorato, che rimarca concetti già evidenziati dagli esperti nei fondi comunitari: la spesa deve “riorientarsi con indirizzi qualitativi e non sottraendosi alle verifiche di efficacia ed efficienza, dettate dalle norme europee”. La Regione siciliana ha però, anche nel 2019, raggiunto in extremis gli obiettivi di spesa minimi necessari per non perdere i finanziamenti Ue, a scapito proprio dell’efficacia degli interventi.

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Per ogni siciliano, meno fondi che nel resto d’Italia

Una spesa pubblica ben oltre la media nazionale, però, non basta alla Sicilia: le entrate fiscali sono appena il 64 per cento della media nazionale, e il 54 per cento di quelle del Nord. E la spesa in conto capitale, nel 2017, era pari ad appena 700 euro pro capite. La media italiana è di oltre mille euro, con poche differenze tra Nord, Centro e Mezzogiorno. Discorso simile per la spesa per investimenti, ferma a quota 500 euro pro capite contro una media che supera i 600 euro nel resto del Mezzogiorno e sfiora i 700 nel Centro-Nord. Fatta cento euro la spesa per ogni cittadino italiano, un siciliano “riceve” investimenti per 74 euro.

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Il “principio del 34 per cento” non rispettato

Per Armao si tratta di una violazione del principio del “34 per cento” stabilito dal decreto legge 243 del 2016 che, per mantenere la coesione territoriale, “ha sancito l’obbligo per le amministrazioni centrali di riservare al Sud un volume complessivo di stanziamenti ordinari in conto capitale del 34 per cento, pari alla percentuale della popolazione residente”. I siciliani sono l’8,3 per cento dei residenti in Italia. Una quota superiore sia rispetto alla spesa del settore pubblico allargato, pari al 7 per cento (nel 2000 era il 7,6 per cento), sia in confronto alla spesa in contro capitale destinata all’isola dalle amministrazioni centrali (pari al 5,6 per cento del totale nazionale). La cifra che arriva in Sicilia è comunque superiore all’apporto del Pil dell’isola sul totale nazione, pari al 5,1 per cento del totale italiano. Secondo Armao, quindi, il sistema attuale accrescerebbe gli squilibri, stigmatizzati dal Fondo monetario internazionale, per il quale l’Italia è al primo posto per diseguaglianze tra le regioni all’interno delle economie avanzate.

Deterioramento infrastrutture? Sicilia meglio del Nord

La conseguenza sarebbe, secondo il rapporto, ben sintetizzata dai dati sul deterioramento delle infrastrutture: dal 1990 al 2015 la Sicilia non ha fatto progressi. Secondo l’indice di dotazione di infrastrutture terrestri in rapporto alla popolazione, che si basa su una media europea di 100, a migliorare è solo l’elettrificazione della rete ferroviaria, passata da un valore di 55,5 a 72,5 in 25 anni. Il dato Eurostat, riferito all’Unione europea a 15 ed elaborato da Svimez, mostra invece un calo nelle autostrade, il cui valore nell’indice passa da 105 a 80, ma è migliore del resto del Mezzogiorno. Il deterioramento è in atto in tutte le regioni del Sud, con la sola Campania che ha acquisito le nuove linee ad alta velocità (e un indice di 137 in questo settore infrastrutturale). E, a sorpresa, il Centro-Nord non sta messo meglio, anzi: il valore dell’indice per le autostrade passa da 105 a 72, un dato peggiore di quello regionale. La rete ferroviaria, esattamente come la Sicilia, dal 1990 al 2015 è rimasta sostanzialmente invariata, passando da 72 a 71,7. A migliorare, come nel caso della Campania, la sola presenza delle linee ad alta velocità, che nel Centro-Nord arrivano a un indice di 156.