Ci sono i discorsi di fine anno. E poi ci sono i numeri. Nei suoi auguri istituzionali, il presidente Nello Musumeci aveva parlato di “inizio della ripresa” ed elencato una serie di dati, veri ma (molto) parziali. Osservando il quadro complessivo, lo scenario è molto lontano dalla prospettiva del governatore. E a confermarlo sono il vicepresidente Armao e il Servizio statistica e analisi economica della Regione. Che così finisce per smentire se stessa.

La ripresa che non c’è

Musumeci aveva sottolineato con l’evidenziatore che la Sicilia “cresce più del previsto”. Lo Svimez aveva infatti indicato un aumento del Pil dello 0,5 per cento anziché dello 0,3 per cento stimato dalla regione. Un magheggio cronologico, visto che il dato citato dal governatore nel discorso di fine 2019 si riferiva al 2018. Il Notiziario statistico regionale, invece, citando le stime di Prometeia, per il 2019 parla di un calo del Pil dello 0,4 per cento a prezzi costanti. Stesso passo (leggasi recessione) del Mezzogiorno. Fatta eccezione per le costruzioni (+1,4 per cento), gli altri grandi settori perdono colpi: agricoltura, servizi e industria sono andati peggio rispetto ai 12 mesi precedenti. I consumi delle famiglie, cresciuti dello 0,5 per cento nel 2018, nell’anno appena concluso si sono inchiodati. La spesa pubblica ha continuato a contrarsi e l’incremento degli investimenti fissi lordi ha rallentato.

Export e occupazione: come stanno le cose

Nella valutazione delle esportazioni, Musumeci aveva scelto di indicare l’unico punto di luce in una galleria buia: “Nell’ultimo trimestre si è rilevata la crescita del nostro export”. Vero. Peccato che, come dice chiaramente il rapporto di Armao, “nei primi nove mesi del 2019 si registra un calo complessivo delle esportazioni del 15,8 per cento, dovuto alla flessione sia dei prodotti petroliferi (-19,9 per cento) e sia, anche se in misura meno consistente, della componente ‘non oil’ (-10,1 per cento)”. Sul mondo del lavoro, il governatore si era limitato a citare “l’occupazione in lieve aumento”. Si parla di decimali, tanto che l’assessore all’Economia parla di “una variazione pressoché nulla” tra il terzo trimestre del 2018 e lo stesso periodo del 2019: i siciliani che lavorano sono circa 1 milione e 336 mila. Sempre quelli. Il tasso di occupazione è lievemente aumentato, come ha detto Musumeci. Che però aveva tralasciato quello che Armao non tace: “Il tasso di disoccupazione si abbassa nell’ultimo dato disponibile al 18,9 per cento” e “determina l’aumento del tasso degli inattivi (48,7 per cento), associato solitamente al fenomeno dello ‘scoraggiamento’ nella ricerca di un lavoro”. Quei disoccupati non hanno trovato un impiego (se non in minima parte): hanno soprattutto smesso di cercarlo.

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L’anomalia dei dipendenti regionali

In una slide, la presentazione di Armao si trasforma da operazione verità in (involontaria) operazione Tafazzi. L’assessore prova a smentire con i dati il luogo comune secondo il quale la Sicilia ha troppi dipendenti pubblici. Erano quasi 64 ogni mille abitanti nel 2002 e sono calati a 54 nel 2017 (anche se c’entra l’incremento della popolazione). Armao sottolinea quindi che “nel 2017 la densità geografica dei dipendenti pubblici attribuisce alla Sicilia un valore inferiore a quello di molte regioni”. Vero: l’isola è in linea con la media nazionale (pari a 53 dipendenti pubblici ogni mille abitanti). Ci sono 14 regioni e province autonome che superano la Sicilia. Dove, spiega la presentazione, “in diversi comparti gli organici sono sotto dimensionati”. Vero anche questo: in rapporto alla popolazione, ci sono meno agenti fiscali rispetto alla media italiana. E ci sono anche meno forze armate, assunti dagli enti di ricerca, dalle università e dal servizio sanitario nazionale. Dov’è invece che la Sicilia spicca in abbondanza? Nei vigili del fuoco e nelle forze di polizia. Ma soprattutto nei dipendenti di “regioni e autonomie locali” (76 dipendenti ogni 10 mila abitanti contro una media italiana di 71,8) e delle “regioni a statuto speciale”: ci sono 29 siciliani assunti ogni 10 mila residenti. La media delle altre regioni a statuto speciale è meno della metà. Cercando (a ragione) di dimostrare che la Sicilia non ha poi così tanti dipendenti pubblici, Armao sottolinea che l’anomalia è proprio nei palazzi della politica e nella macchina amministrativa.