Cento imprese agricole, 5,5 milioni di contributi europei incassati, due gruppi mafiosi e una rete di complici nella pubblica amministrazione. L’inchiesta sulle truffe che hanno drenato risorse comunitarie nei Nebrodi descrive non solo sistemi criminali “più remunerativi e meno rischiosi”: solleva, come afferma l’ordinanza del Gip, dubbi sulla solidità dei controlli che riguardano l’erogazione dei contributi. E condanna agricoltura e pastorizia locali alla “morte economica”.

Gli arresti

L’indagine ha coinvolto due gruppi mafiosi: i Batanesi e i Bontempo Scavo, cui facevano capo diverse aziende agricole (spesso in liquidazione o inattive). L’obiettivo era “dichiarare falsamente di possedere centinaia di terreni” per attingere al Fondo europeo agricolo di garanzia (Feaga) e al Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr). “La mafia ha scoperto – scrive il Gip – che soldi pubblici e finanziamenti costituiscono l’odierno tesoro”, soprattutto grazie alle “truffe ai danni dell’Unione europea, più remunerative e meno rischiose”. I numeri dell’inchiesta, che fa capo alla Dda di Messina, fanno impressione: 94 arresti (compreso il sindaco di Tortorici, alcuni funzionari e un notaio), quasi 200 indagati. Ma il Gip, vista “l’eclatante evidenza” del fenomeno, esprime “riserve sul livello cui è giunta l’infiltrazione mafiosa”. Potrebbe essere peggio.

Gli effetti economici

Il danno è maggiore di quel che possono far intuire i 5,5 milioni. Sono risorse che non vengono solo sottratte alle casse pubbliche, ma anche ad agricoltori e pastori che ne avrebbero diritto e bisogno. E invece, come scrive il Gip, i soldi finiscono in un’organizzazione che “non costruisce ricchezza per il territorio, non sviluppa agricoltura e pastorizia ma fa ditte di ‘carta’, ingurgita profitti milionari, che come tutti i profitti di mafia spariscono e niente lasciano alla gente e al territorio”. L’unico scopo degli indagati “è stato quello di conseguire (illecitamente) ed esibire (illecitamente) particelle di terreno falsamente rappresentate come proprie”, da far valere per incassare i contributi Ue. Una prassi che l’ordinanza definisce “devastante, non solo per i guadagni milionari della mafia”, ma anche perché la vera agricoltura e pastorizia dei Nebrodi, così, “è destinata inevitabilmente a morte economica”.

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Come funziona l’Agea

L’Unione Europea sostiene la produzione agricola dei Paesi membri attraverso l’erogazione ai produttori di aiuti, contributi e premi. Sono finanziati da due fondi: Feaga e Feasr. Le norme comunitarie prevedono che ogni Paese membro debba dotarsi di “organismi pagatori”, cioè di enti incaricati di gestire l’assegnazione e l’erogazione delle risorse. In Italia, ad assolvere questo compito è l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), istituita nel 1999. In breve: è incaricata di vigilare, erogare i fondi e monitorare. Per farlo si avvale di organismi territoriali, i Centri di assistenza agricola (Caa), che in questa inchiesta hanno un ruolo cruciale. Il loro compito è supportare chi è interessato ai benefici, assistendolo nella presentazione della richiesta. Sono i Caa a dover identificare il produttore, accertarsi che i terreni e le aziende esistano e verificare che i dati siano corretti, anche attraverso il Sistema informativo agricolo nazionale (il Sian). È una sorta di anagrafe agricola che dovrebbe garantire la correttezza delle operazioni. E che invece, in questo caso, è stata utilizzato per favorire l’organizzazione mafiosa.

La complicità dei Caa

Il pubblico ministero, citato dal Gip, definisce i controlli previsti dall’Agea “complessi e genericamente validi”. Per dribblarli servono “capacità estranee a gran parte dei veri coltivatori ed allevatori”. Tuttavia, le indagini dimostrano come “fascicoli e domande e verifiche elettroniche consentano agevoli e gigantesche sottrazioni di milioni di euro”. Risulta quindi “più facile del preventivabile aggirare la pur nutrita serie di norme che dovrebbero garantire la effettività del diritto ai contributi”. Eccolo allora il ruolo cruciale dei Caa e dei loro funzionari (alcuni dei quali – compreso il sindaco di Tortorici – sono finiti agli arresti): “Le attività investigative hanno consentito di appurare che i promotori dell’organizzazione, oltre a servirsi di fidati operatori per reiterare le proprie condotte illecite, hanno trasferito il loro know how illecito da un Centro di assistenza agricola ad un altro, a seconda dell’andamento delle indagini che via via venivano condotte dai vari organismi di controllo, sfruttando i collegamenti esistenti tra diversi operatori di settore inseriti in plurimi sportelli di assistenza agricola”. Senza gli occhi chiusi dei funzionari (spalancati all’occorrenza), la truffa sarebbe stata impossibile. Ecco come avveniva.

La “spartizione virtuale” dei terreni

L’ordinanza racconta prassi diverse adottate dai Batanesi e dai Bontempo Scavo. I primi avrebbero fatto più spesso ricorso all’intimidazione, i secondi a imprese inattive o inesistenti. Visione e obiettivi sono però identici: entrambi i gruppi hanno individuato le truffe all’Agea come “fonte primaria di illecito profitto”. Lo strumento: far apparire alcuni prestanome quali possessori di “titoli” (cioè di pezzi di terra), “grazie ai quali conseguire delle sovvenzioni a sostegno di un’attività agricola in realtà inesistente”. Una “spartizione virtuale” (così la definisce il Gip) tra gruppi mafiosi, “al fine di scongiurare duplicazioni (o moltiplicazioni) di domande inferenti sulla medesima particella”. Un accordo per sottrarre terreni al demanio o a proprietari ignari, ma senza pestare i piedi ad altre organizzazioni criminali.

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Tra pubblico e privato

Le organizzazioni mafiose si sarebbero appropriate di “particelle” private o appartenenti al demanio. Nel primo caso, i titoli sono stati “oggetto di massivo accaparramento” grazie “alla complicità di alcuni responsabili dei Centri di assistenza agricola”. I funzionari accedevano al Sian, ma non lo utilizzavano per verificare i dati. Tutt’altro: individuavano i pezzi di terra “mai valorizzati dai legittimi proprietari ai fini della richiesta di una sovvenzione”. Dimenticati, abbandonati o curati senza l’aiuto dei fondi europei. Pochi clic e quelle aree diventavano “spettanza” dei sodalizi mafiosi. Una “appropriazione indebita virtuale ad insaputa dei reali proprietari”. In pratica, il controllore sarebbe diventato complice. Chi avrebbe dovuto vigilare (i Caa) si sarebbe trasformato in sentinella che indica gli spazi vuoti, da occupare. In alcuni casi i Caa avrebbero ignorato le precedenti condanne degli interessati o addirittura i requisiti richiesti dai bandi. In altre circostanze, c’è stato il ricorso di prestanome (parenti e non solo). Coinvolto anche un notaio, Antonino Pecoraro. A lui il compito di certificare compravendite e usucapioni, nonostante fosse “pienamente consapevole della falsità delle dichiarazioni delle parti”. Altri terreni monetizzati con i fondi europei appartenevano al demanio. Anche in questo caso si tratterebbe di un “utilizzo virtuale”, “sia in forma di assegnazione diretta, sia attraverso false autocertificazioni”. Quello che era pubblico diventava privato.

“Intero meccanismo da rivedere”

“Fa ovviamente impressione – scrive il Gip – che Agea, Comunità Europea, organi di controllo si ‘bevano’ istanze con fascicoli solo virtuali, con terreni collocati in zone distanti ed improbabili rispetto alla residenza dell’istante, con evidenti falsi e giro disinvolto di titoli, con conti bancari all’estero”. Ecco perché l’ordinanza sottolinea che l’indagine non si limita a identificare “gravi complicità interne”. Le “assurdità macroscopiche accettate” suggeriscono che “l’intero meccanismo dei contributi dovrebbe essere rivisitato, con semplici ed elementari controlli reali e senza cieca accettazione di imprese fantasma”.