Dalla spesa per dipendente pubblico, passando per le forniture mediche e persino al costo delle risme di carta. Il Cnel, Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro, ha diffuso il suo rapporto 2019 sulla qualità dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione. E nel report, destinato al Parlamento e al Governo secondo quanto stabilito dalle finalità dell’organismo di livello costituzionale, la Sicilia si conferma più indietro rispetto alla media nazionale in quasi tutti gli ambiti. A cominciare dalla Salute: nel Nord Italia, rispetto al Meridione, l’aspetattiva di vita media di un cittadino con reddito alto è di dieci anni superiore a un cittadino a reddito basso del Sud.

Sanità: Catania ultima per prevenzione

Con poco più di mille e ottocento euro di spesa sanitaria media per abitante, l’isola fa meglio solo della Calabria (poco sopra i mille e 700 euro). Nella provincia autonoma di Bolzano il migliore dato d’Italia, con duemila e 200 euro per cittadino. Il dato si riflette nell’aspettativa di vita media, che in Sicilia è di 81 anni e mezzo, contro una media europea di 82 e italiana che sfiora gli 83. Ed è conseguenza della cosiddetta mortalità evitabile. Si tratta di patologie che potrebbero essere evitate con controlli e prevenzione effettuate per tempo: Catania ha il dato peggiore d’Italia, con 25 anni perduti per deceduto tra gli uomini a causa di patologie per le quali, come sottolineto dal Cnel, “non si dovrebbe morire”. La media nazionale è di 21 anni. Tra i principali fattori di rischio, il sovrappeso e l’obesità che in Sicilia incidono sul 35 per cento della popolazione, con un 7 per cento di obesi e un 2,5 di obesità grave. Secondo il rapporto il dato è influenzato, oltre al reddito e alla spesa sanitaria inferiore più bassi, a un livello inferiore di scolarità: la Sicilia continua ad avere uno dei più alti livelli di uscita precoce dal sistema di istruzione, il 20,9 per cento. Peggio fa solo la Sardegna, che arriva al 21,2.

Troppi dipendenti, poca formazione

Una criticità siciliana, sottolineata dal Cnel a più riprese all’interno del tomo di oltre 400 pagine, riguarda proprio il numero di lavoratori nel settore pubblico. La Sicilia, che ha oltre 106 mila dipendenti pubblici civili (escluse quindi le forze armate), è la seconda Regione d’Italia subito dopo la piccola Valle d’Aosta in rapporto alla popolazione. Nel computo rientrano, oltre ai dipendenti delle istituzioni pubbliche nazionali e regionali, anche gli impiegati dei comuni. Una sovrabbondanza che si riflette nelle attività di formazione degli impiegati pubblici: la Sicilia, secondo l’ultimo censimento delle istituzioni pubbliche di Istat con dati 2015, ha la penultima performance nazionale in relazione alla partecipazione alle attività formative, con 73 dipendenti su cento, e peggio fa solo la Basilicata con 38. La media nazionale supera i 140, che si spiega con la partecipazione media a più attività per ogni dipendente coinvolto.

Un dipendente pubblico siciliano vale la metà

Il dato ha una conseguenza pratica nell’acquisto di beni e servizi. Secondo uno studio sulle stazioni appaltanti per l’acquisto di beni e servizi per uso interno dai comuni italiani effettuato da Anac, l’Agenzia nazionale contro la corruzione, le risorse in Sicilia ci sono, ma sono ripartite in modo meno efficiente proprio a causa dell’elevato numero di dipendenti, 9,9 ogni mille abitanti (la media nazionale è sette). Una situazione che coinvolge, in positivo e negativo, molte regioni d’Italia. Al fronte di una spesa di oltre 200 mila euro per dipendente dei comuni nella regione Puglia, che conta 4 dipendenti ogni mille abitanti, la Sicilia si ferma a 49 mila, ovvero meno della metà della media nazionale.

Un caso simbolo: la spesa per il diabete

Il dato della minore spesa, secondo quanto riportato nel testo, che si basa anche per questo aspetto sulle indagini Anac, si accosta anche a una efficienza della spesa inferiore alla media nazionale, che si ripercuote nei servizi ai cittadini. Un caso simbolo è l’acquisto per la fornitura di strisce e aghi per i malati di diabete. In Sicilia la media del prezzo per singola striscia è di 0,5 euro, contro i 0,27 dell’Abruzzo. L’efficientamento della spesa in questo settore, con un allineamento ai prezzi abruzzesi, secondo il Cnel porterebbe a una riduzione di spesa di decine di milioni di euro nella sola Sicilia, per un totale di 240 milioni a livello nazionale.

Sicilia prima, ma solo per le risme di carta

Un altro caso simbolo considerato da Anac, e riportato nel rapporto Cnel, è l’acquisto di risme di carta, un bene di largo consumo ed utilizzato come benchmark per definire gli eventuali sprechi dovuti a una poco oculata politica di acquisto. In questo particolare parametro la Sicilia ottiene il miglior valore d’Italia, con uno scostamento tra il prezzo di riferimento (circa due euro) e quello pagato dai comuni di appena il 6 per cento. Ai comuni in Sicilia le risme comunque costano il 12 per cento in più della media delle scuole.