I fondi europei per l’agricoltura funzionano un po’ come l’irrigazione. Puoi avere a disposizione tutta l’acqua del mondo, ma se rubinetti e tubi non funzionano, serve a poco. Ecco, è quello che sta succedendo con le risorse 2014-2020. I miliardi stanziati dall’Ue sono l’acqua. La ruggine e le perdite sono la burocrazia (denunciata da Coldiretti) e i controlli inefficienti (svelati dalle inchieste dei Nebrodi ma già sottolineate dalla Commissione europea).

“Disposizioni della Regione non chiare”

“La burocrazia spegne il sogno di oltre un giovane italiano su due”, ha scritto Coldiretti in una nota. In Italia sono state presentate 39 mila domande per rientrare nei progetti del Programma di sviluppo rurale (Psr) dedicati ai giovani imprenditori. Il 55 per cento è stato respinto. Secondo l’organizzazione, non è colpa di candidati realmente non idonei: si tratta di “errori di programmazione delle amministrazioni”. Si è creata una “pressione burocratica” che nasce anche “dalla molteplicità di interventi tra loro non coordinati”. La visione di Coldiretti sembra essere supportata dai dati. In Lombardia è stato bocciato solo il 13 per cento delle richieste, in Emilia Romagna il 16 per cento, in Trentino il 22 per cento e in Valle d’Aosta il 23 per cento. In fondo alla classifica ci sono Basilicata, Calabria e Puglia, dove invece sono state respinte tre domande su quattro. Male anche la Sicilia, dove i “no” toccano il 65 per cento. Vuol dire che i giovani imprenditori agricoli siciliani sono “meno idonei” dei Lombardi? No, secondo Giuseppe Marsolo, responsabile Coldiretti dei fondi Psr per la Sicilia: “Il problema è che non sono chiare le disposizioni della Regione, c’è confusione su alcuni criteri di accesso, soprattuto per i punteggi sul biologico”. Se le regole sono ingarbugliate, si prestano a due intoppi: “Da una parte – spiega Marsolo – la confusione ha portato tecnici e ditte a commettere errori, anche banali. Dall’altra ha fatto scaturire una serie di ricorsi”. Risultato: graduatorie ritoccate di continuo e stallo su domande ed erogazioni. Già, perché, una volta ammessa la richiesta, i problemi non sono finiti. Anzi.

Perdita di mezzo miliardo l’anno

La burocrazia crea un altro imbuto: al primo gennaio 2020, tra gli ammessi, solo un giovane imprenditore agricolo su due ha ricevuto i fondi. In sostanza, ha i soldi in tasca solo un quarto dei candidati che hanno presentato domanda. In Sicilia va ancora peggio Sicilia: tra gli agricoltori che hanno superato il primo sbarramento, solo il 49 per cento ha ricevuto i pagamenti. Cioè, considerando anche i bocciati, un aspirante imprenditore su sei. Essere ammessi ma non ricevere i fondi può rivelarsi la condizione peggiore. Perché, come sottolinea Coldiretti, chi è stato promosso “ha già effettuato investimenti e rischia di trovarsi ‘scoperto’ dal punto di vista finanziario”. Il risultato è “la perdita di un potenziale di mezzo miliardo all’anno di valore aggiunto che le giovani imprese avrebbero potuto sviluppare”. Anche per le risorse bloccate c’è però una forte differenza regionale. Nella provincia autonoma di Trento, tutte le domande ammesse sono già state pagate. Tutte. Abruzzo e Liguria sono vicine all’en plein. In Friuli Venezia Giulia e Puglia, invece, nessuno è stato pagato. Nessuno. La Sicilia, come detto, è a metà strada. Il problema, secondo Marsolo, è sempre lo stesso: “I ritardi della burocrazia si ripercuotono sulle erogazioni”.

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Inefficienze e lacune

C’è poi il nodo dei controlli che decretano l’accesso al Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) e a quello agricolo di garanzia (Feaga). L’inchiesta sulla mafia nei Nebrodi ne ha rivelato alcune falle. Nell’ordinanza, il Gip ha affermato che “l’intero meccanismo dei contributi dovrebbe essere rivisitato, con semplici ed elementari controlli reali e senza cieca accettazione di imprese fantasma”. Alcuni punti deboli erano già stati segnalati dall’indagine della sezione di controllo degli Affari Comunitari ed Internazionali della Corte dei Conti e dalla direzione generale dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale (Dg Agri, che fa capo alla Commissione Ue). Per quanto riguarda “gli organismi pagatori”, (come l’Agea, l’agenzia che eroga i contributi per l’Italia), “è stata evidenziata la necessità di migliorare le procedure per i controlli in loco”. In particolare, la gestione di Feaga e Feasr ha rivelato “lacune”. Dg Agri sottolinea che “l’organismo di certificazione sembra fornire uno scarso grado di affidabilità”, che “la metodologia utilizzata non sembra essersi basata su una strategia coerente” e che le “verifiche sostanziali sono insufficienti”.

Coldiretti: “Controlli da rivedere”

L’Agea non ha funzionari coinvolti nell’inchiesta dei Nebrodi, per quanto sia tra i suoi compiti quello di vigilare sui Centri di assistenza agricola (che invece sì, hanno funzionari con un ruolo cruciale). Ai rilievi della Commissione, l’agenzia aveva risposto spiegando i motivi della “tardività dei controlli”: colpa, soprattutto, di “limiti tecnici”. “I controlli attuali – spiega Marsolo – non sono facili da aggirare e ci sarà sempre qualcuno che proverà a farlo. Ma serve comunque rivederli, perché creano un danno doppio: non solo i soldi vengono erogati a chi non ne ha diritto, ma vengono sottratti a chi dovrebbe riceverli”. Burocrazia permettendo.