Brexit: amori, divorzi e transition period

Goodbye UK, dalla mezzanotte dell’1 febbraio l’Ue torna ad avere 27 membri: ecco cosa accadrà nei prossimi mesi

“Solo nell’agonia della separazione riconosciamo la profondità dell’amore. Vi ameremo sempre, non saremo mai lontani”. Sembrano le parole di una soap opera. E forse lo sono data l’altalena emozionale di questi ultimi tre anni e mezzo. A scriverle fu il poeta britannico Georgie Eliot; a pronunciarle la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in un accorato discorso tenuto presso il Parlamento europeo lo scorso 29 gennaio. L’emozione ha poi lasciato il passo al primo atto formale del Brexit, vale a dire l’approvazione dell’accordo stipulato dal governo conservatore di Boris Johnson e dalla Commissione europea. Dopo un referendum, due elezioni generali, tre primi ministri e cinque governi, dall’1 febbraio il Regno Unito non sarà più un membro effettivo dell’Unione europea e non parteciperà al processo decisionale nel quadro delle sue istituzioni.

Si apre così una fase di stallo di undici mesi in cui le due parti sono chiamate a rinegoziare la propria relazione. Ironia della sorte, tra Ue e UK non c’è un accordo nemmeno nel definire tale fase: la Commissione ricorre a ‘transition period’, termine adottato anche dai maggiori media britannici e internazionali, mentre il governo di Johnson preferisce parlare di un ‘implementation period’, eliminando quella temporalità che la parola ‘transition’ porta con sé. Un modo come un altro per ribadire che “Brexit means brexit” e che questa è soltanto una nuova tappa di un processo che ha una fine già scritta. E forse, stavolta, ha ragione lui.

Due le date da segnare nel calendario: il 30 giugno 2020, entro cui UK e Ue potranno decidere di prolungare le negoziazioni oltre gli undici mesi calendarizzati, e il 31 dicembre 2020, data ultima per votare un nuovo accordo commerciale in assenza di un’estensione concordata sei mesi prima. Benché Johnson abbia piu volte ribadito che non ci sarà alcun rinvio, qualcuno ipotizza che i conservatori siano piu preoccupati dalla prima deadline che dalla seconda.

Insomma, il Regno Unito è fuori dall’Ue? Da un punto di vista economico la risposta è nì: fino al 31 dicembre 2020, il Regno Unito dovrà rispettare tutte le regole europee, incluse quelle in materia di libertà di movimento, ma non potrà intervenire in alcun modo nel processo europeo di policy-making. Ma dal punto di vista legale e istituzionale non v’è alcun dubbio: l’1 febbraio passa alla storia come primo caso di applicazione dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea.

Lo scenario che si apre adesso è segnato dall’incertezza delle negoziazioni per il nuovo trade agreement  che ridefinisca la relazione complessiva tra l’Unione europea il Regno Unito. E non solo. Un esempio è Erasmus+, il programma dell’Ue per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport. Lo scorso 8 gennaio Westminster ha bocciato un emendamento lib-dem che proponeva la conferma della partecipazione britannica al Programma europeo alle stesse condizioni pre-Brexit. Londra ha sottolineato l’impegno a voler continuare Erasmus+, chiarendo però che anche tale partecipazione dovrà essere rinegoziata. Nulla vieta al Regno Unito di partecipare in qualità di ‘non-EU programme country’: tale formula è attualmente in uso da sei Stati non Ue, tra cui l’Islanda e la Norvegia. A preoccupare sono invece i tempi entro cui tale accordo potrà essere raggiunto nel post-2020, e tutto a danno delle relazioni accademiche e culturali tra Regno Unito e Paesi Ue. Gli stessi dubbi, naturalmente, toccano anche la mobilità e l’immigrazione professionale. Qui il Regno Unito si è portato avanti con il lavoro, ridefinendo il concetto e l’applicazione della residenza permanente nell’ottobre 2018: secondo il nuovo schema, i cittadini europei che fino alla data del 31 dicembre 2020 hanno vissuto nel Regno Unito possono applicare per il pre-settled status, mentre il settled status è riservato solo a coloro che avranno vissuto in UK per almeno cinque anni consecutivi.

Mentre Londra rischia di salutare i suoi tanti cittadini europei, nelle ore precedenti il Brexit la città di Bruxelles ha voluto celebrare la vicinanza tra la capitale europea e il Regno Unito e i loro destini incrociati. I colori dell’Union Jack hanno fatto capolino nella Grand Place, cuore pulsante della città, mentre il suo Manneken Pis, statua di bronzo rappresentante un bambino che sta urinando, ha indossato il costume di John Bull, regalato dai britannici alla città nel lontano 1972. In un accorato discorso di commiato, Jo Cox, (ormai ex) parlamentare europeo Labour ha affermato che “è piu quello che ci unisce che quello che ci divide”. La nuova storia delle relazioni tra Regno Unito e Unione europea comincia oggi. E se è vero che, come scrive Eliot e come dice von der Leyen, riconosciamo la profondità dell’amore solo nell’agonia della separazione, state pur certi che questa separazione ha ancora tanto da raccontare.