La Sicilia è nota in Italia e nel mondo per i suoi pistacchi, i capperi, il marsala. Ma l’arancia rossa, al pari dell’Etna, resta il simbolo distintivo dell’isola, anche per chi non s’intende troppo di buona tavola. Attorno a questa sfera sanguigna ruota un’economia florida, ma ostacolata dall’assenza di tutele economiche da parte dello stato italiano e da una forte competizione con i prodotti esteri. Mentre si lavora a un nuovo disciplinare, la sola raccolta dell’arancia rossa Igp frutta 20 milioni di euro (secondo i dati del raccolto 2018-2019). “Ci sono stati dei momenti tristi – spiega Giovanni Selvaggi, presidente del Consorzio arancia rossa di Sicilia Igp – ma oggi è una nuova vita”.

I numeri dell’arancia rossa Igp

L’arancia rossa Igp è coltivata su 650 ettari di terreno. L’ultimo raccolto ha prodotto 18 mila tonnellate di frutto fresco, cifra in crescita secondo il consorzio. Buona parte del fatturato deriva proprio dai frutti freschi. “Ma il valore aggiunto lo hanno i succhi d’arancia, sia al 100 per cento che per le bevande gassate con il 20 per cento. A questo si aggiunge l’apporto dell’industria dolciaria”, puntualizza Selvaggi. Da sola l’arancia rossa rappresenta un componente importante del Pil del settore agroalimentare siciliano. Grazie al consorzio, è protagonista anche di fiere nazionali e internazionali, come il MacFrut di Rimini e il Fruit Logistica di Berlino. L’organizzazione ha avviato anche proficui rapporti commerciali con la Cina, anche se al momento è tutto fermo a causa del coronavirus.

Disciplinare e filiera

Il Consorzio arancia rossa di Sicilia Igp ha sede a Catania. Ha l’obiettivo di tutelare, promuovere e valorizzare “Tarocco”, “Moro” e “Sanguinello”. Con le varie cultivar e con le varietà di arancia rossa protette dal disciplinare di produzione, “uno dei più restrittivi in Italia”. L’arancia rossa di Sicilia Igp deve essere prodotta con i metodi tradizionali della zona. La raccolta è manuale, coadiuvata da particolari forbicine per tagliare il peduncolo. Dopo la raccolta, non è ammesso lo “sverdimento”, procedura che, mediante trattamento con gas, permette ai frutti precoci di raggiungere la colorazione tipica per la messa in commercio. Il frutto tutelato ha una forma globosa e ovoidale. La polpa può essere di colore arancio con screziature rosse (soprattutto le Tarocco e Sanguinello) oppure rosso-vinoso (Moro). Fanno parte del consorzio 400 aziende produttrici, 70 realtà che si occupano del confezionamento, sette intermediari. Sono circa 50 le aziende dolciarie che utilizzano il marchio arancia rossa di Sicilia Igp. Tra queste c’è anche Coca-Cola, che utilizza il frutto per la sua Fanta Zero. “Il marchio tutelato dal consorzio garantisce che il prodotto inserito all’interno della retina acquistato dalla massaia proviene dai nostri territori ed è conforme al nostro disciplinare di produzione”.

Nuovo slancio, nuovi cloni

“È un prodotto fatto con standard qualitativi di altissimo livello”. E, spiega Selvaggi, “anche il prodotto non bio, nel 99 per cento dei casi, è a residuo zero”. Ma ciò che distingue l’arancia rossa di Sicilia Igp è il corredo nutraceutico. Il rosso è sintomo della presenza di antociani, potenti antiossidanti. Poi c’è il sapore, unico. “L’arancia rossa ha rappresentato il volano economico delle provincia di Catania e Siracusa”, racconta il presidente del consorzio. “Ci sono stati dei momenti tristi, in cui le scellerate politiche del macero hanno inibito la produzione e la coltivazione. Oggi si lavora nuovamente come negli anni cinquanta e sessanta”. Le aziende agricole stanno facendo investimenti per migliorare la produzione. Si lavora per ampliare la presenza sui mercati nazionali e internazionali. Si lavora su un nuovo disciplinare per poter anticipare di 30 giorni e posticipare di altri 30 la raccolta, grazie a cloni più performanti.

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Stato assente e competizione furiosa

“Quello che manca è lo Stato”, aggiunge Selvaggi. “Il ministero delle Politiche Agricole ha dimenticato il Piano Agrumi presentato dieci anni fa”. Intanto la regione fa i conti con la carenza di infrastrutture, che rallentano i traffici dei frutti, rendendoli meno competitivi sul mercato nazionale e internazionale. Poi ci sono fitopatie micidiali, come la Tristeza o il Citrus black spot. “Arrivano prodotti da ogni parte del mondo che non rispettano i nostri criteri di produzione. La concorrenza è sleale, figlia di una mancata politica avveduta, che ha fatto accordi con Paesi terzi senza tenere conto dei problemi reali che ha creato, importando prodotti e malattie dall’esterno”, spiega Selvaggi. Ciò che il consorzio chiede è la revisione degli accordi euromediterranei, “per ridare dignità a una filiera che dà lavoro a migliaia di famiglie”.

Il peso della concorrenza sleale

Oggi l’arancia rossa di Sicilia Igp deve vedersela con la concorrenza degli agrumi spagnoli, marocchini, tunisini, greci e cileni. “Basti pensare che la Cina è il primo produttore al mondo. Noi siamo una goccia in mezzo al mare”, si rammarica Selvaggi, che ricorda i costi di produzione differenti. Se un operaio specializzato italiano costa 85 euro al giorno, in Tunisia viene pagato 6 dollari. Poi ci sono i costi dei fitofarmaci. Le molecole permesse in Italia sono costosissime, mentre quelle utilizzate al di là del Mediterraneo hanno un costo molto più basso. In questo scenario, nonostante l’eccellenza del prodotto, sembra difficile immaginare un futuro roseo per l’arancia rossa di Sicilia. Ma Selvaggi è ottimista e non si dà per vinto. “Dobbiamo trovare il modo di aiutare gli agricoltori, per poter permettere di creare nuovi impianti moderni, dinamici, che portino più prodotto. Questo sistema è una catena: se è spezzata in molti anelli, il cerchio si rompe continuamente. Ma noi teniamo sempre a mente una cosa. Da soli si va veloci, è vero, ma insieme, anche se si perde tempo, si può arrivare più lontani”.