Unicredit taglierà in Italia 6 mila posti di lavoro e 450 filiali da qui al 2023. Adesso i dettagli del piano Team 23, di cui si era parlato a dicembre, sono stati presentati ai sindacati. Al netto delle trattativa, l’obiettivo è iniziare entro fine marzo, per accelerare digitalizzazione e automazione. Dire con esattezza quanto peserà sulla Sicilia non ancora è possibile. Come spiega Unicredit, “gli impatti per geografie saranno discussi nelle prossime settimane”. Si può però fare una stima dei tagli previsti. E per la regione non promettono nulla di buono.

Le possibili chiusure in Sicilia

Senza la pretesa di essere precisi ma solo per dare idea dell’ordine di grandezza: chiudere 450 sportelli vuol dire serrare una filiale italiana su nove (sono circa 4 mila su tutto il territorio). Applicando la stessa proporzione alle oltre 250 siciliane, da qui al 2023 le chiusure nella regione sarebbero circa trenta. Ogni 15 chiusure, una sarà nell’isola. Alcuni indizi, però, suggeriscono che questa proiezione sia persino ottimistica. I gruppi bancari non tagliano con righello e coltello ma con la bilancia: si chiude dove si rende meno. Tra il 2017 e il 2018, gli istituti (tutti, non solo Unicredit) hanno eliminato il 2,8 per cento degli sportelli. La quota, però, in Sicilia è stata del 6,4 per cento. Questa tendenza sembra coerente con l’ultima mossa nota di Uncredit: i sindacati hanno comunicato la chiusura, entro marzo, di 62 sportelli in tutta Italia. Undici (le agenzie di Palermo via Dante, Agrigento via Imera, Caltanissetta via Don Minzoni, Militello val di Catania, Naso, Caltavuturo, Camporeale, Modica Regina Margherita, Santa Ninfa, lo sportello distaccato di Marianopoli e Aci Catena) sono in Sicilia. Cioè più di una su sei. Se questa proporzione fosse applicata all’intero piano 2020-2023, le filiali destinate a scomparire non sarebbero una trentina ma più di quaranta.

Tempi stretti: ultimatum ai sindacati

Il piano copre quattro anni, ma il grosso delle chiusure si concentra nei primi due: se ne prevedono 120 nel 2020 e 160 nel 2021. I dettagli si conosceranno presto. Unicredit ha fretta e lo ha detto con quello che somiglia molto a un ultimatum, contenuto nella lettera inviata ai sindacati: si tratterà per trovare “soluzioni condivise”, rivolte ad “attenuare, per quanto possibile, le ricadute sociali”. Ma si dovrà arrivare “in ogni caso” a una soluzione entro il primo trimestre dell’anno. I rappresentanti dei lavoratori – sia a livello nazionale che regionale – hanno già detto, in sostanza, che il piano è irricevibile. Il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci ha parlato di “stupore e sorpresa” e di mosse “in palese contraddizione con le apprezzate strategie di sostegno creditizio alla economia locale attuate negli ultimi anni dalla stessa Unicredit”. Musumeci ha promesso un incontro con il direttore del gruppo in Sicilia, Salvo Malandrino, per “rappresentargli le preoccupazioni del governo regionale, confidando in un più attento e ponderato riesame della organizzazione degli sportelli sul territorio, pur nel rispetto delle autonome scelte aziendali”.

I 6 mila esuberi: chi ci rimette il posto

Dei 6 mila esuberi, 500 sono un’eredità del piano precedente. Degli altri 5500, ben 3400 sono figli del “nuovo modello di rete”. Cioè, in sostanza, di chiusure e conversione dei processi verso una maggiore automazione. La razionalizzazione degli uffici costerà 175 posti di lavoro. La “revisione dei modelli di servizio” 775, cento dei quali verranno sostituiti da “chat bot”. Cioè software che risponderanno ai clienti al posto del personale. La chiusura delle filiali manderà a casa 225 persone e la “migrazione verso canali remoti” (i servizi a distanza) altri 250. La digitalizzazione dei processi e la “dematerializzazione dei documenti” comporteranno il taglio di altri 1950 dipendenti. Anche se si parla soprattutto delle filiali, infatti, una banca non è fatta solo di sportelli. L’automazione, quindi, non passa solo – come dice il piano – da una maggiore “enfasi” sui “formati evoluti” (sportelli smart e home banking). Sarà automatizzata anche la gestione del credito: “Il monitoraggio e la gestione del rischio saranno ulteriormente rafforzati mediante l’impiego di nuove tecnologie e fonti di dati”. In pratica, le decisioni sono demandate agli algoritmi, che sono in grado di analizzare una grande mole di dati, anche al di là di quelli tradizionalmente presi in considerazione per concedere un prestito. Pe questo motivo, anche a chi resta sarà chiesta un percorso di “formazione o riconversione” e una maggiore “flessibilità”.

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I numeri della rivoluzione digitale

I numeri dei tagli sono imponenti, ma non certo “sorprendenti” (come li ha definiti Musumeci). La tendenza va avanti da tempo. E se la quantità di filiali chiuse e i 6 mila esuberi fanno di certo impressione, altre cifre riportate da Unicredit raccontano quanto il settore bancario (e più in generale finanziario) stia affrontando un cambiamento epocale. Dal 2016 a oggi, Piazza Cordusio ha registrato un dimezzamento delle operazioni agli sportelli. Sono 20,3 milioni all’anno. Ormai una riserva se confrontati con i 300 milioni di transazioni di quelli che la banca definisce “canali evoluti”. I versamenti agli sportelli sono diminuiti del 64 per cento in tre anni, in parte sostituiti da quelli fatti agli Atm esterni. Negli ultimi 12 mesi si sono dimezzati i prelevamenti fatti in filiale e sono calati del 43 per cento i bonifici allo sportello. Unicredit afferma che nel 2018 il 45 per cento dei propri clienti ha utilizzato canali digitali. Nel 2023 (cioè al termine del piano) si stima che la quota raggiunga il 60 per cento. Tradotto: visto il ritmo di crescita, proprio in questi mesi si sta scavalcando quota 50. Sono più i clienti della banca che utilizzano anche i canali digitali rispetto a quelli che optano solo per la filiale. Il dato racconta quando smartphone e compagnia incidano. Ma osservato in controluce dice anche che, seppur destinata a diventare minoranza, c’è ancora una metà dei clienti che si affidano solo allo sportello.