L’agricoltura siciliana cresce sempre più. Salgono i numeri legati a produzione ed export così come il valore aggiunto del settore. Viene confermato anche il ruolo fondamentale della produzione per il territorio, soprattutto quando si parla di uva, agrumi e legumi. L’isola è la principale produttrice. Contano rispettivamente per il 16, il 59 e il 18 per cento della produzione nazionale. Diminuiscono di contro le aziende e gli addetti. E rimane alta la soglia di irregolarità: guardando ai dati 2017, la Sicilia è al primo posto tra le regioni italiane con oltre il 37 per cento di casi di caporalato. Fondamentali per la crescita i marchi di denominazione controllata e protetta ma “senza collaborazione e strategia non si cambia”, dice il segretario regionale Flai-Cgil Tonino Russo.

Chi lavora la terra

Sono per lo più uomini, tra i 35 a 54 anni e con un contratto a tempo determinato per giornate lavorative annue che vanno da 101 a 150. Parliamo dei lavoratori dell’agricoltura in Italia. Nel periodo 2011-2018 la Sicilia perde il 6,6 per cento dei lavoratori, mentre la media italiana segna un negativo di quattro punti percentuali. In leggerissimo aumento i lavoratori dipendenti, ma si tratta di appena lo 0,2 per cento in sette anni. Questa tipologia di contratti, inoltre, rappresenta solo il 10 per cento del totale dei lavoratori del settore. La meccanizzazione, secondo Tonino Russo, “è alla base del calo degli addetti. Oggi molto viene lavorato con tecniche fuori terra perché ormai i suoli si sono impoveriti e tutto è automatizzato. Pensiamo alle tante serre del ragusano”, aggiunge. Secondo i dati forniti da Flai- Cgil nel 2018 la Sicilia conta 17.772 lavoratori extracomunitari provenienti per lo più da Tunisia, Albania e Marocco. Guardando ai lavoratori più numerosi, ovvero quelli a tempo determinato, la provincia con più impiegati nel settore è quella di Ragusa (30.380), seguita da Catania (28.486), Agrigento (16.996), Siracusa (16.758), Trapani (14.768), Messina (14.698), Palermo (14.533), Caltanissetta (8.760) ed Enna (6.335).

Diminuiscono le aziende

Anche le aziende, come il numero dei dipendenti, sono in calo. In Sicilia, nel 2018, Flai conta 79.570 aziende (meno 11,8 per cento rispetto al 2011) che corrispondono al 10,7 di quelle italiane (anch’esse in negativo di 10 punti percentuali). L’isola è al secondo posto tra le regioni italiane per numero di aziende agricole. Qui lavorano 151.714 addetti (il 14 per cento dell’Italia). In media, le aziende sono più piccole di quelle del resto del territorio perché ricoprono 9,4 ettari rispetto agli 11 italiani. La Sau, la superficie agricola utilizzata, è di oltre un milione di ettari, pari all’11,4 per cento a livello nazionale.

Il valore dell’agricoltura

Aziende piccole e con meno addetti ma che insieme sono riuscite a ottenere un valore aggiunto di 2,6 miliardi di euro tra il 2011 e il 2017, pari a un trend positivo di oltre 6 punti percentuali. Secondo i dati della fondazione Metes la produzione agricola siciliana vale 4 miliardi di euro, ovvero poco meno dell’otto per cento di quella italiana. Importante il settore delle esportazioni che nel 2018 si attesta in 1,241 miliardi di euro, ovvero il cinque per cento dell’export agricolo italiano. Il trend è sempre stato positivo negli ultimi anni e nel periodo 2011-2018 regista +34 per cento. Si esportano soprattutto le colture permanenti (30 per cento), ovvero quelle prodotte tutto l’anno, specialmente in serra. Seguono altri prodotti agroalimentari, frutta e ortaggi lavorarti e conservati, colture non permanenti, bevande. I prodotti vanno soprattutto in Francia (20 per cento), Germania (17 per cento) e Stati uniti (9 per cento). Seguono Svizzera, Regno Unito e Paesi Bassi con il 5 per cento.

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Primi per caporalato

Il caporalato rimane una piaga italiana e negli anni, nonostante una legge di contrasto varata nel 2016, il trend negativo sembra acuirsi. Tra il 2016 e il 2017, la Sicilia è migliorata di un punto percentuale, ma si tratta di una variazione davvero minima e in un contesto che vede l’isola al primo posto in assoluto con il 37 per cento dei casi di irregolarità. Emblematico il caso del Trentino Alto Adige che peggiora di 10 punti passa dall’uno all’11 per cento di irregolarità, ma anche quello della toscana dove il fenomeno è aumentato di oltre 11 punti. Secondo le stime ufficiali, la paga oraria, seppure variabile da una provincia a un’altra, va da un minimo di 6,86 euro a un massimo di 13,55 euro all’ora. Si tratta di cifre che “spesso sono solo sulla carta: in realtà vengono applicati prezzi molto più bassi che vanno dai 20 ai 30 euro al giorno”, dice Russo.

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Le soluzioni di Flai-Cgil

Per cercare di migliore la situazione il responsabile Flai propone tre direttrici: una nuova strategia per il settore con un incremento dei controlli contro “le mele marce”, una maggiore cooperazione tra le aziende e un investimento infrastrutturale, soprattutto per la rete idrica. Poiché considera l’agricoltura “un grosso volano”, è necessario creare valore aggiunto “sia attraverso la creazione di cooperative che possano abbattere i costi e migliorare le garanzie di quantità per la grande distribuzione, sia attraverso l’utilizzo di fondi europei in questa chiave”, sostiene. Per crescere però servono le infrastrutture. “Per collegare i territori ma non solo”. Il problema principe è l’irrigazione. “La rete che c’è è fatiscente e non è modernizzata e il 40 per cento del territorio non è servito”. Per risolvere lo sfruttamento “a volte anche sessuale” nei campi viene in aiuto anche la nuova direttiva sul caporalato con la possibilità di creare reti territoriali. “Serve monitoraggio e contrasto costante, ma i controlli, come pure gli ispettori, sono pochi. “Il contrasto serve, ma di più la prevenzione. Grazie alle reti territoriali, per cui stiamo spingendo per avere delle sezioni locali, si possono mettere insieme le forze positive con l’intento di isolare chi non rispetta le regole”.

Le potenzialità dei marchi comunitari

“Fondamentali per lo sviluppo dell’agricoltura siciliana” sono i marchi di tutela del controllo dell’origine e della produzione dei prodotti. Dop (denominazione di origine protetta), Igp (indicazione geografica protetta) Stg (specialità tradizionale garantita) rappresentano un vero trampolino di lancio secondo il segretario regionale Flai-Cgil. Sono 67 i prodotti siciliani tra food e wine con queste denominazioni, di cui 41 Dop, 24 Igp e 2 Stg. Si tratta dell’otto per cento del totale nazionale che corrisponde all’1,7 del valore economico dei marchi in Italia. Parliamo di un valore che, per il 2019, è pari a 28,8 milioni di euro per il food (15esima regione in Italia) e di 129 milioni di euro (quarta regione d’Italia) per il wine. A loro è riservato sempre più spazio tanto che tra il 2011 e il 2017 le superfici dedicate sono aumentate del 76 per cento e i produttori del 58 per cento.

Sicilia, regina del biologico

In generale comunque, si registra una crescente tendenza al biologico. Sono oltre 385 mila gli ettari destinati, cioè il 20 per cento di tutta la superficie dedicata al bio d’Italia. La produzione siciliana si è impennata tra il 2011 e il 2018, in particolare per le olive (+144 per cento), la frutta in guscio (+120), gli agrumi (+102) e l’uva (+97). La produzione, comunque, rimane per lo più tradizionale, tanto che le superfici biologiche non arrivano al 27 per cento del totale, mentre le aziende bio rappresentano solo il 6 per cento di tutte le aziende agricole siciliane.