Da ieri in Sicilia è vietato uscire di casa per fare jogging, mentre le spese, urgenti, potranno essere fatte solo una volta al giorno. Lo ha deciso il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, con una ordinanza che inasprisce le misure già adottate lo scorso 11 marzo con decreto del presidente del Consiglio dei ministri per contenere la diffusione del coronavirus. Una limitazione delle libertà personali giustificata dagli eventi, ma che non ha precedenti nella storia repubblicana: per la Costituzione viene prima la libertà personale o il diritto alla salute? “Il modello al quale eravamo abituati è saltato: il Parlamento, unico soggetto che può normalmente decidere delle limitazioni, è pressoché chiuso e le decisioni vengono prese non tanto dal Governo collegialmente quanto dal presidente del Consiglio dei ministri, organo monocratico per eccellenza”, spiega il professore di Diritto costituzionale dell’Università di Catania Agatino Cariola.

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Restrizioni accettabili “finché motivate dai medici”

Alle decisioni di Giuseppe Conte si sono aggiunte o sovrapposte quelle dei responsabili su diversi livelli della Sanità e Protezione civile, come i presidenti di Regione e i sindaci, che hanno adottato decisioni diverse nei vari territori. “Si tratta di una cosa normale: se c’è una eruzione dell’Etna, non si interviene in Lombardia. E viceversa: penso a Bergamo, dove c’è una persona a me cara, medico catanese in prima linea, anestesista al Giovanni XXIII, che non vede la moglie da ormai due mesi. Si parlano attraverso un vetro”. In una situazione di emergenza, è saltato il modello che vedeva la decisione del Parlamento sulle regole e l’intervento giurisdizionale sui singoli casi: “Si avverte la situazione di necessità ma anche la deviazione rispetto al modello. Nessuno al momento arriva a contestare per intero le decisioni governative. Ci si rivolge al capo dello Stato quale organo di garanzia, ma è evidente che si sta adoperando un modello del tutto diverso da quello costituzionale che si fonda sulla decisione del parlamento”. L’unico metro di giudizio possibile è quindi, al momento “l’assenza di motivazioni politiche: il provvedimento non dice ‘non esce qualcuno perché è di destra o sinistra’, ma è una restrizione di carattere generale e con motivazioni mediche, quindi accettabile”.

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Necessaria trasparenza sulle decisioni adottate

Per comprendere la situazione, il docente pone un esempio letterario: “Quando pensiamo all’epidemia viene subito alla mente la descrizione della peste che fa Manzoni ne I Promessi Sposi, con la sua dimensione collettiva. Ma ci stiamo forse ritrovando nella situazione decritta da Camus, appunto ne La Peste, dove c’è tutta la solitudine dell’individuo in situazioni di emergenza, una città isolata dal resto ed individui che si sentono soli di fronte agli interventi massicci di polizia”. E il richiamo a Manzoni per il docente serve anche sotto altro profilo: nel romanzo fece i nomi dei tecnici, cioè dei medici che intervennero nella vicenda. Oggi la decisione è del presidente del Consiglio, dei presidenti di Regione, dei sindaci. Tutti organi che dovrebbero citare nei rispettivi provvedimenti i nomi dei sanitari che suggeriscono le regole da adottare. “Sarebbe molto più trasparente se i provvedimenti in materia di sanità venissero dati con il nome e cognome di chi ha fornito il parere o suggerito la misura, importante perché sono i tecnici che stanno adottando le regole imposte a tutti”. E ciò vale per tutti i livelli di governo, compreso quello siciliano dove sono state disposte limitazioni al momento non previste in ambito nazionale. “L’esigenza di indicare i nomi dei responsabili medici della nostra salute risponde alla necessità di trasparenza, ma anche a quella di assicurare che la decisione sia tecnica e non politica. Un provvedimento di carattere medico, oltretutto, è più accettabile di uno politico-amministrativo e si sottopone al confronto degli esperti”.

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L’emergenza e il Parlamento a rischio delegittimazione

Oggi il problema resta non solo sulla legittimità e accettabilità delle decisioni di emergenza, ma anche sui tempi degli interventi, limitativi della libertà di circolazione e di altre libertà personali, oltre che dell’attività di impresa. “Le limitazioni non possono non essere temporanee, sia che si riferiscano alle persone come alle imprese. Anche per queste ultime le limitazioni sono in astratto ammissibili: lo prevede l’articolo 41 della Costituzione che richiama l’utilità sociale e la sicurezza quali confini dell’iniziativa imprenditoriale. Ma oltre un certo tempo tali provvedimenti debbono trovare una base legislativa molto più solida dei decreti legge. Due o tre settimane di chiusura delle imprese sono tollerabili, due mesi certamente no. E se nel 1915 si entrò in guerra a Parlamento chiuso, oggi questa evenienza è tutta da scongiurare. Il Parlamento non può non funzionare, anche perché se non lo facesse ora, poi ad emergenza finita lo stesso sarebbe delegittimato e per un verso o l’altro si sarebbe sempre tentati di farne a meno”, conclude Cariola.