Il grande spreco dei fondi europei per la Sicilia

La Regione è in ritardo nella spesa di queste risorse strutturali. Ecco quali sono le cause e cosa servirebbe fare per invertire la rotta

In una fase, come quella attuale, di grave difficoltà del sistema economico si rivela fondamentale la gestione efficiente delle risorse pubbliche, ed in particolare dei fondi strutturali europei che costituiscono la quasi totalità degli investimenti in Sicilia. Paesi come Malta e Spagna, attraverso l’efficiente utilizzo di queste risorse, hanno realizzato infrastrutture didattiche, stradali, marittime e ferroviarie, strutture per il settore del turismo e restauro di siti storici di alto valore turistico, finanziato incentivi alla produzione di energia pulita e pratiche di efficienza energetica volte a ridurre l’impatto di elettricità e i consumi, interventi per ridurre la quantità di rifiuti e deviare i residui verso gli impianti di riciclaggio. In Sicilia, invece, le relazioni della Corte dei conti degli ultimi anni hanno rilevato “l’allarmante ritardo” della spesa di queste risorse e il rischio di disimpegno da parte delle istituzioni comunitarie delle somme non impiegate, che ammontano a diversi miliardi. Questo preoccupante trend sembra essersi interrotto nell’ultimo anno, giacché la Regione ha certificato il raggiungimento degli obiettivi di spesa per il 2019 nei quattro programmi operativi di competenza (Fesr, Fse, Psr e Feamp).

L’utilizzo (sbagliato) dei fondi europei

Tuttavia, la quota di spesa costituisce soltanto uno degli aspetti problematici, in quanto l’utilizzo dei fondi comunitari in questi anni si è caratterizzato per numerose infrazioni, irregolarità, frodi e per il diffuso ricorso a vari espedienti che hanno creato spesa virtuale senza garantirne l’effettività e l’efficienza: dalla candidatura di progetti di importo eccedente la dotazione finanziaria per garantire la sostituzione di quelli eventualmente bocciati, al riutilizzo di progetti originariamente finanziati da altri fondi (cosiddetti progetti sponda o retrospettivi). Spesso, inoltre, le ingenti risorse comunitarie, anziché essere destinate agli investimenti finalizzati a colmare il gap infrastrutturale e a sostenere lo sviluppo territoriale siciliano, creando opportunità di sviluppo e di creazione di reddito consolidato e sostenibile, sono state adoperate come ammortizzatore sociale in grado di produrre reddito congiunturale. Tanto che alla fine del quarto ciclo di programmazione comunitaria la Sicilia è penultima per Pil pro capite, dopo la Calabria, e una delle ultime in Europa per percentuali di occupati.

La Corte dei conti, inoltre, ha rilevato che le risorse europee sono state in gran parte destinate a soddisfare esigenze contingenti con una distribuzione estremamente frammentata (quasi a ‘pioggia’) e che, “salvo poche eccezioni”, hanno finanziato investimenti disordinati, nessuna grande opera, pochi interventi sul welfare e sui diritti sociali che hanno creato poco lavoro, povero e precario, e si sono per lo più rivelate particolarmente inefficaci in relazione al contesto economico siciliano. Ciò, peraltro, contribuisce ad incrementare il gap della Sicilia rispetto al resto del Paese dato che, paradossalmente, le regioni più virtuose nella gestione dei fondi europei sono generalmente quelle più sviluppate che meno avrebbero bisogno delle politiche di coesione.

Le difficoltà di impiego 

Le cause delle difficoltà di impiego dei fondi strutturali sono piuttosto note: la frammentazione dei programmi in una rilevante quantità di obiettivi tematici, linee di intervento, azioni affidati ad una struttura organizzativa complessa composta da nuclei di valutazione, tavoli tecnici, responsabili per obiettivo tematico, dirigenti di servizio afferenti, responsabili di azioni e sotto-azioni, autorità di coordinamento, audit e certificazione distribuiti in diversi enti, assessorati e dipartimenti; la scarsa integrazione tra strutture burocratiche, nonché tra obiettivi e azioni operative; la moltiplicazione delle procedure e degli oneri amministrativi, la scarsa qualità di molti progetti, più legati a logiche opportunistiche di acquisizione di fondi che alla qualità delle azioni; l’inefficacia dei controlli sul rispetto dei tempi e dei requisiti prescritti; norme contabili complesse ed articolate; stringenti vincoli finanziari, una disciplina degli appalti e dei contratti pubblici tra le più complesse in Europa, che richiede dai cinque ai sei anni per il completamento di opere infrastrutturali, anche di valore inferiore ai 5 milioni di euro, la fragilità organizzativa e finanziaria degli enti locali, le frequenti modifiche nell’assetto organizzativo delle strutture regionali coinvolte nell’esecuzione dei programmi e l’affidamento dell’attività istruttoria di ammissione al finanziamento agli organismi intermedi, soggetti esterni alla Regione, che secondo la Corte dei conti “determina alti costi non sempre giustificati dalla qualità delle prestazioni rese”.

Interventi strutturali sull’intera filiera

Il patto per lo sviluppo del 2016 ed il recente protocollo stipulato con lo Stato prevedono la messa a sistema delle risorse ordinarie ed aggiuntive, nazionali ed europee per la realizzazione di infrastrutture ed interventi negli ambiti dell’ambiente, dello sviluppo economico, turismo e cultura, sicurezza, legalità e vivibilità del territorio, nonché la collaborazione del governo centrale nella sorveglianza del rispetto dei tempi e della rispondenza delle opere a quanto previsto. Ma queste risorse sono state poco e male utilizzate dai destinatari, ed in particolare dagli enti territoriali. Ciò dimostra che per risolvere le criticità che rendono inefficiente l’utilizzo dei fondi europei non si può prescindere da interventi strutturali sull’intera “filiera”, dalla programmazione all’organizzazione della burocrazia, dall’attività amministrativa all’assetto e all’efficacia dei controlli: bisogna concentrare la programmazione prevalentemente su grandi interventi strategici articolati in obiettivi e risultati ben identificati e misurabili; potenziare le strutture regionali che si occupano di fondi europei, migliorare la qualità della valutazione d’impatto delle politiche pubbliche e dei programmi operativi; razionalizzare la struttura amministrativa ed apprestare efficaci forme di coordinamento tra gli apparati burocratici, eliminare adempimenti e controlli inefficaci, garantire la corretta applicazione degli strumenti di semplificazione e delle norme sulla valutazione delle performance, integrare meglio le politiche ordinarie con quelle sostenute dai fondi strutturali, prevedere forme di assistenza ai soggetti coinvolti nella elaborazione dei progetti.