Confessa di esser un po’ stufo (anche lui) di stare a casa. Eppure il da farsi non manca. Pochi giorni fa Luca Bianchi, direttore dello Svimez, ha firmato un report che mette in fila tutte le complicazioni economiche da Covid-19 nel Mezzogiorno. Numeri disarmanti, a ben vedere. Tra una nota del Fondo monetario internazionale, un rapporto della Bce e l’analisi di Bankitalia, anche l’ufficio parlamentare di bilancio ha fatto sapere che il crollo del Pil italiano sarà “di dimensioni eccezionali” nei primi due trimestri del 2020. Il calo potrebbe essere, in totale, di 15 punti percentuali: un dato mai registrato nella storia della Repubblica. “Siamo preoccupati non solo perché al Sud l’impatto è molto forte, con alti rischi sul fronte sociale, ma anche perché la ripresa, secondo i nostri calcoli, sarà molto meno rapida di quanto avverrà al centro Nord”, dice a FocuSicilia. L’immagine che racconta per semplificare la questione è quella di un Paese sott’acqua. Se l’ossigeno scarseggia, le imprese boccheggiano. Nel Meridione, poi, le bombole in uso sono già vuote a metà. “Diciamolo con chiarezza: più lenti saranno gli interventi più il tasso di mortalità sarà alto. Parliamo di imprese che hanno un’esposizione maggiore sul sistema del credito e una notevole debolezza patrimoniale”.

Dl liquidità, tempi diversi per il Sud

Proprio lo Svimez stima una probabilità di fallimento quadrupla delle imprese meridionali. Per questo, secondo Bianchi bisogna fare bene e fare presto. “L’efficacia del decreto liquidità è strettamente collegato alla rapidità con cui le risorse riescono ad arrivare alle aziende. Serve velocizzare il rapporto tra sistema e banche per garantire la loro sopravvivenza”. Rapidità, dunque. Parola che la Pubblica amministrazione fa fatica, però, a mettere a fuoco. “Il tentativo politico di dare una risposta tempestiva è certamente positivo. Ricordiamoci che parliamo di un quadro complessivo di interventi di carattere emergenziale”, sottolinea l’esperto, valutando quanto fatto finora dal governo Conte. Ma serve di più. Soprattutto al Sud. “Bisogna elargire risorse a tassi bassissimi e probabilmente con tempi di rientro del debito più lunghi rispetto a quelli previsti dallo stesso decreto”, suggerisce. Per le piccole e micro imprese legate al commercio e al turismo, in particolare, la ripartenza sarà lunga e difficile.

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Tenuta sociale a rischio. Attenti all’assistenzialismo

In gioco, poi, non c’è solo la riapertura delle aziende, ma la tenuta sociale di tutto il Mezzogiorno. “Ci sono circa due milioni di persone escluse da qualsiasi ammortizzatore sociale. Parliamo di lavoratori dipendenti molto precari o a termine. Mancano all’appello anche colf e badanti. Poi ci sono altri due milioni di lavoratori irregolari. È un buco che bisogna colmare ed è il primo elemento di grande criticità del Mezzogiorno: fasce di disagio più ampie rischiano di determinare la caduta in povertà di un gruppo non indifferente di persone”, afferma preoccupato il direttore Svimez. Perciò sull’idea di un reddito di emergenza (come proposto dalla ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova) ci si può ragione fino ad un certo punto. “Senza chiudere gli occhi sul problema del lavoro nero, dobbiamo interrogarci sulle misure adeguate di riemersione. Mi piace parlare più di sussidio universale di disoccupazione: cioè fare in modo che tutti quelli che avevano un’attività lavorativa precaria (o anche in nero) siano accompagnati su un sentiero di riemersione e inserimento nel mercato del lavoro. Estendendo gli strumenti come il reddito di cittadinanza, ampliamo un meccanismo di assistenzialismo. E sappiamo bene quanto sia difficile, soprattutto al Sud, poi uscirne fuori”.

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Fase 2, niente sovranismi regionali

Come e quando ripartire allora? Per Luca Bianchi a monte c’è una priorità su tutte: il patto tra Nord e Sud, già urgente in tempi di normalità, oggi diventa una condizione necessaria. “Il tempismo delle scelte regionali nella ‘fase 2’ è fondamentale. Ma nessuna regione se la può cavare da sola”, dice senza mezzi termini. “Il Sud potrebbe ripartire prima, certo, ma serve una strategia nazionale complessiva. Anche perché oggi le filiere sono lunghe: aprire un’azienda in Sicilia non è detto che sia utile se non può avere un semilavorato da un’altra area. Ha un senso ripartire all’interno di una strategia sovraregionale. L’abbiamo sempre detto: la strada dell’autonomia differenziata non funziona. Anche le efficienti regioni del Nord hanno dovuto chiedere solidarietà nazionale. Il sovranismo regionale è un errore. È un appello che faccio anche alle regioni del Mezzogiorno, partendo dalla Sicilia, che non hanno mai creduto in una strategia complessiva”. Un riferimento alle responsabilità politiche non mancano di certo. La retorica del regionalismo nordista si è contrapposta a quella di una classe dirigente del Sud a volte perfino “d’indole neoborbonica”, che ha indebolito il Paese e ridotto la capacità di rappresentanza dello stesso Meridione. “Guardiamo all’opportunità nazionale. Basta coi cacicchi locali”, tuona Bianchi.

Fondi Ue a cambio di impegni nazionali

Fatte le premesse per la solidarietà nazionale resta il tema liquidità. La Regione siciliana è alle prese con una finanziaria da 1,5 miliardi di euro, perlopiù di fondi europei ed extraregionali. Una buona soluzione? “In questo momento è necessario utilizzare tutte le risorse disponibili, anche i fondi europei se servono a fare fronte all’emergenza. Ben sappiamo, d’altronde, i limiti sia in termini di dispersione delle risorse sia in termini di tempi d’attuazione. Non mi soffermerei su una difesa strenua della programmazione europea. Ma eviterei di credere che coi soli fondi Ue si possa uscire dalla crisi: serve accelerare la spesa ma serve una visione nazionale che si faccia carico, ad esempio, d’investimenti aggiuntivi nel Mezzogiorno per le grandi infrastrutture. Baratterei subito, per esempio, l’utilizzo emergenziale dei fondi Ue in cambio di un impegno nazionale ed europeo sul completamento di alcune grandi direttrici infrastrutturali, come l’alta velocità fino a Palermo”.  

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Sicilia, serve un nuovo modello economico

Insomma, se l’apparato produttivo del Nord va supportato per evitare che si spenga il motore della crescita italiana, c’è anche un pezzo di Paese che viaggia a folle. E da parecchio tempo. La “fase 2” deve essere pensata attorno una politica nazionale orientata alla ricostruzione dei diritti del Meridione ai trasporti, alla sanità, all’istruzione. E anche alla reindustrializzazione. “Cosa ci ha insegnato la crisi, d’altronde?” si chiede Bianchi. “Che un modello di sopravvivenza basata su commercio e turismo frazionato è un modello fragile. Bisogna ripartire da un disegno di politica del tessuto industriale che, seppure piccolo, esiste e resiste. Non è vero che in Sicilia non si può fare impresa. Serve solo un nuovo modello fatto di grandi investimenti pubblici e politiche industriali. Pensiamo al biomedicale o all’agroalimentare. La ‘fase 2’ deve ripartire anche da qui”.