In Sicilia il settore di parrucchieri ed estetica conta 9318 imprese e 15424 impiegati. La chiusura delle botteghe a marzo e aprile è già alle spalle. E adesso è volata via anche la speranza di riaprire a maggio. Nella regione, stando ai dati dell’Osservatorio Mpi Confartigianato Sicilia, il conto del comparto sale così a 63,7 milioni di euro, poco meno del 6 per cento della perdita nazionale. Cifre che non significano solo casse vuote: a rischio c’è il futuro di 4 mila addetti.

La rabbia e il rispetto (della legge)

Catania annovera 2028 imprese nel settore estetica e parrucchieri. “La possibilità di riaprire solo dal primo giugno, obbligo imposto in tutta Italia, non è molto corretta”, afferma Vito Bonaccorso, titolare di un omonimo salone. “Sarebbe stata più conveniente una strategia diversificata per le regioni, dato che in Sicilia fortunatamente abbiamo una situazione migliore rispetto ad altre zone. La salute però viene prima di tutto, quindi accetto il sacrificio economico”. È simile il parere del collega Attilio Clarinetto, che era pronto a riaprire il proprio salone tra l’11 e il 18 maggio: “C’è tanta rabbia per questo decreto generalizzato, ma non si può violare la legge. Approfitterò di questo tempo per organizzarmi con i miei dipendenti per gestire l’afflusso dei clienti alla riapertura”.

“Aumenterà il lavoro nero”

I parrucchieri sperano in un intervento del presidente della regione Nello Musumeci. Turi Leocata, proprietario del salone Hair Club Leo di Catania, gestito dalla figlia Annalisa, mette in luce i rischi della riapertura tardiva: “Il governo affosserà le piccole e medie imprese. Noi parrucchieri continuiamo a pagare le bollette, non possiamo più attendere. Questo prolungamento delle chiusure provocherà un incremento dell’abusivismo e dei lavoratori in nero: si pensi ai dipendenti che non hanno ricevuto la cassa integrazione e sono disposti a fare i capelli a domicilio illegalmente”.

Poltrone a distanza

Speranzosi di riprendere a lavorare a maggio, i parrucchieri si erano già attrezzati con il materiale necessario per rispettare le norme d’igiene. “Nel mio salone – afferma Attilio Clarinetto – allontanerò le postazioni per i clienti, diminuendole. Ho messo l’igienizzante all’ingresso e nelle singole poltrone, ho acquistato più guanti del solito perché adesso non serviranno più solo per il colore e ho delle mascherine per le clienti per non sporcare le loro”. Gli stessi accorgimenti sono stati presi da Vito Bonaccorso: “Le postazioni disteranno almeno due metri tra loro, ho comprato mascherine e visiere e continuerò a usare mantelline monouso, cosa che facevo già da tempo”. I saloni di bellezza sono da sempre luoghi in cui l’igiene deve essere rispettata. “Ai tempi della tubercolosi e della rogna c’erano persino i controlli dell’Asl in negozio”, ricorda Leocata. “Ho comprato di tasca mia guanti, alcool e mascherine perché la pulizia viene prima di tutto. Provvederò a tenere il locale arieggiato e a rispettare le distanze”.

Come evitare code

Per evitare code, i parrucchieri riceveranno solo su prenotazione: “I clienti ci diranno di cosa necessitano al momento della prenotazione”, spiega Clarinetto. “Daremo precedenza a chi deve fare il colore, preparando dei pacchetti e calcolando i tempi necessari per la piega, così da ottimizzare la giornata.”. Dato che le distanze di sicurezza consentiranno di avere nel negozio un solo lavoratore per ogni cliente, Vito Bonaccorso, che accoglierà al massimo due clienti per volta, ha pensato a una soluzione per tenere un terzo impiegato addetto alle prenotazioni: “Una delle mie collaboratrici potrebbe lavorare fuori dal salone per gestire i flussi di entrata e uscita dei clienti e rispondere alle telefonate”. Leocata sarebbe persino disposto a sfruttare una parte di un suo terreno di campagna per allestire un salone all’aria aperta: “Farei di tutto per far lavorare i miei ragazzi”.

Leggi anche – Lavoro: le donne rischiano di più. “Serve un nuovo modello”

Fase 2: incassi in calo e costi in aumento

I collaboratori non hanno ancora ricevuto la cassa integrazione. Bonaccorso prevede di prolungare gli orari di lavoro, aprendo anche il lunedì dalle sette alle venti, per consentire a tutti i suoi impiegati di lavorare a turni. Clarinetto ha pagato loro quella sola settimana di marzo in cui hanno lavorato. “La primavera per i parrucchieri è una stagione florida tra comunioni, cresime e matrimoni”. Non è difficile immaginare che, dopo settimane in casa, ci possa essere una corsa per avere un posto sulla poltrona dei parrucchieri. Ma la riapertura non basterà per ripianare le perdite. Secondo Bonaccorso, “il fatturato calerà, dato che quotidianamente il numero massimo di clienti sarà basso e forse alcuni non torneranno subito per paura o per problemi economici familiari”. A questo si aggiungono le spese: “I costi gestionali del mio negozio – dice Leocata – si aggirano già sui 500 euro al giorno tra tasse, acquisti di prodotti e paga dei lavoranti, tutti messi in regola”. A ciò adesso si sommeranno gli igienizzanti. A fare la lista delle spesa è Bonaccorso: “Si spera che non ci siano sciacallaggi, ma le visiere sono già costate 10 euro ciascuna, la colonnina igienizzante all’ingresso 110 euro senza disinfettante e non riesco a trovare flaconi grandi a un prezzo opportuno”.

Leggi anche – Covid-19, crollano edilizia, turismo e benessere. Artigiani a rischio in Sicilia

Gli estetisti: fatturato sarà dimezzato

“La riapertura a giugno ci porterà al collasso”. Patrizia Grippaldi, titolare del centro estetico Moon & Sun, è netta. L’indennità concessa agli autonomi per il mese di marzo non è stata certo sufficiente: “I 600 euro ricevuti li ho spesi per l’affitto della bottega e non posso neanche pensare di comprare igienizzanti e simili per riaprire”. Il governo infatti fino a ora non ha fornito alcun aiuto per il loro acquisto. Si spera almeno in un credito d’imposta del 50 per cento, ma niente di ufficiale. Ci sarà di certo, nel decreto aprile, una nuova indennità per gli autonomi. Poca cosa in confronto al danno: “Potremo far entrare pochi clienti e avremo un calo almeno del 50 per cento, ma il governo non ha dato disposizioni chiare”. Con amarezza conclude: “Lo Stato ha il dovere di metterci in condizioni di aprire le nostre attività, il lavoro è un diritto e nessun decreto può passare sopra alla nostra Costituzione”.