“Abbiamo dovuto aspettare la notte e procurarci quello che mancava in mattinata”. Claudio Miceli, imprenditore e responsabile Moda di Confesercenti di Catania, racconta il lavoro di un commerciante in attesa di capire come riaprire il proprio negozio. Termoscanner, vaporelle per sanificare i tessuti, erogatori di disinfettanti, interventi last minute per adattare gli impianti di aerazione alle linee guida. Il ritardo ha avuto un costo: la forte domanda e l’urgenza hanno fatto decollare i prezzi di alcuni articoli: “Quelli dei termoscanner sono triplicati. Se venti giorni fa costavano 45 euro, oggi superano i 120 euro”. Eppure, secondo Miceli, la confusione della ripartenza è secondaria rispetto al vero problema: sono mancate e mancano le risorse che consentirebbero ai punti vendita di reggere: “Il governo nazionale non ha fatto niente”. Perché ottenere un finanziamento resta complicato e neppure l’accesso alle risorse a fondo perduto è scontato.

“Molta confusione, poca chiarezza”

Se si è arrivati a poche ore dalla riapertura senza conoscere le linee guida, la colpa è, secondo Miceli, da imputare soprattutto a Palazzo Chigi: “Il governo ha scaricato la responsabilità sulle Regioni”. Ma il problema non è stato solo nei tempi, ridottissimi: “C’è ancora molta confusione e poca chiarezza, come è stato sin dal primo giorno e come temo che sarà. Non è chiaro cosa dobbiamo fare”. E pensare che il pastrocchio delle linee guida è persino secondario rispetto al vero nodo: la tenuta finanziaria delle imprese.

Finanziamenti, basta un incaglio

L’esecutivo ha puntato sui finanziamenti. Agevolati nelle procedure (almeno in teoria) e garantiti dallo Stato ma pur sempre prestiti. Il problema è doppio: ci sono imprese che non vogliono indebitarsi e altre che non possono neanche farlo. “Il 60-70 per cento delle Pmi ha piccoli incagli con le banche, anche per cose minime”, spiega Miceli. “Basta una cosa del genere per essere bloccati e non attingere al credito”. Per queste imprese, magari sane ma con una rata pagata in ritardo, gli strumenti del decreto liquidità sono inaccessibili.

Alla ricerca del fondo perduto

Solo con il decreto Rilancio sono arrivate le risorse a fondo perduto. Anche stavolta, però, il responsabile Moda di Confesercenti Catania indica alcuni “ma”. Prima di tutto “serve capire come accedere” ai benefici, perché “non è semplice”. L’imprenditore ha “fatto due conti” con il suo commercialista. Ha due società, cui fanno capo sette negozi. Tra le candidate a ricevere risorse a fondo perduto, “forse ne rientra una. C’è poca chiarezza e le risorse sono ancora meno”. Eccolo l’altro problema: i soldi. “Ci voleva un impatto forte, erogando fondi importanti. Siamo stati chiusi due mesi e mezzo in una stagione decisiva per la moda, quella delle cerimonie, che vale il 70 per cento del nostro budget”. Incassi saltati e che non verranno recuperati. Ai punti vendita non resta che provare a contrattare dilazioni e accordi con marchi e aziende produttrici. “Non è facile, perché molte sono in difficoltà e vogliono i pagamenti subito”. Il fatto che i privati, spesso legati da lunghi rapporti commerciali, debbano vedersela da sé, sarebbe secondo Miceli la conferma che “lo Stato non ci ha aiutato”. “La filiera della moda è tra le più colpite ma non è stata considerata”.

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La moda riapre

Nonostante le incognite e gli adattamenti nottetempo, ha prevalso l’urgenza di riaprire. Anche se “con il 50 per cento della forza lavoro”. “Pochissimi negozi della moda sono rimasti chiusi”, afferma Miceli. Resta ancora da capire se i clienti saranno disposti entrare e spendere. “Alcuni colleghi mi hanno riferito di aver lavorato bene la mattina del 18 maggio. Noi abbiamo aperto nel pomeriggio e abbiamo lavoricchiato. L’impatto non è stato negativo e sono, per natura, ottimista”. Prima di celebrare un ritorno ai consumi, però, ce ne passa: “In questi primi giorni potrebbe esserci un effetto euforia, che poi potrebbe scemare. È ancora troppo presto per dire quale sarà la risposta dei clienti. Potremo fare un primo bilancio a fine mese”.

“A rischio una Pmi su due”

I decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio non hanno dato le risposte sperate. Ma Miceli crede ancora in nuove misure, ad esempio destinando alle imprese una parte del Recovery Fund europeo, che far confluire in Italia un centinaio di miliardi. “Sarebbe un toccasana per le Pmi”, ma dipende dai vincoli di spesa imposti da Bruxelles. Quella del rappresentante di Confesercenti, quindi, è un augurio più che una proposta. A questo punto, le alternative non sono molte: “Possiamo solo investire sulla speranza”. Senza nuovi interventi, lo scenario che si prospetta è quello già ipotizzato a inizio aprile: “Da qui a fine anno rischia di scomparire una Pmi su due”. Chi ha appena riaperto potrebbe presto riabbassare le saracinesche. Questa volta per non rialzarle più.