In Sicilia ci sono stati 520 di contagio da Covid sul posto di lavoro. È quanto emerge dai dati Inail, sulle denunce arrivate all’istituto al 15 maggio. I casi siciliani rappresentano l’1,2 per cento del totale (arrivato a 43.399). Ma facendo un confronto tra denunce e dati dell’Istituto superiore di Sanità, le denunce rappresentano oltre il 15 per cento dei casi di positività in Sicilia (3337 al 15 maggio). In pratica quasi un positivo su sei (almeno tra quelli individuati) si è beccato il coronavirus in fabbrica, in ufficio o in ospedale (perché è proprio il settore sanitario, infermieri in testa, il più colpito). I casi di contagi sul posto di lavoro che hanno portato alla morte sono stati tre, pari all’1,8 per cento dei 171 decessi a livello nazionale. La quota è più alta rispetto a quelle dei morti siciliani sul totale (263 su 31610, pari allo 0,8 per cento). Ma i casi sono talmente pochi da non poter avere valore statistico.

Un quarto dei morti sul lavoro da Covid

I numeri vanno presi con cautela, anche perché – come spiegato dall’Inps – contagiati e morti sarebbero di più di quanto dicano le cifre dell’Iss. Ma il rapporti dell’Inail serve comunque a dare un’idea dell’impatto. Tanto per cominciare, da inizio anno quasi un quarto delle denunce di infortunio (così l’istituto nazionale classifica l’infezione) e dei morti sul lavoro sono imputabili al coronavirus. Non solo: le 43.399 denunce rappresentano un quinto dei contagi a livello nazionale.

Contagiati più giovani, mortalità più bassa

L’incidenza della mortalità è molto più bassa: solo lo 0,5 per cento dei deceduti avevano contratto il virus sul lavoro. La ragione è, con tutta probabilità, l’età molto più bassa. Gli anziani, la categoria più esposta agli effetti estremi della malattia, sono perlopiù in pensione. L’età mediana dei contagiati sul lavoro è infatti di 48 anni, contro i 62 registrati dall’Iss nell’intera platea dei positivi. Altro dato in controtendenza: se, nel complesso, il Covid-19 ha colpito di più gli uomini, nei luoghi di lavoro le quote si ribaltano: più del 70 per cento delle denunce riguarda le donne. La spiegazione sta soprattutto nelle professioni più colpite.

I più esposti sono gli infermieri

Oltre il 72 per cento delle denunce arriva nel settore della sanità e dell’assistenza sociale. Sono, in particolare, i “tecnici della salute” le professioni più esposte. E tra questi tre su quattro sono donne e oltre l’80 per cento sono infermieri. Seguono amministrazione pubblica (con il 9,2 per cento), noleggio e servizi di supporto (4,1 per cento) e il manifatturiero (2,6 per cento). La concentrazione dei casi nel comparto sanitario si conferma anche alla voce decessi, anche se con una distribuzione maggiore. Un terzo delle “morti sul lavoro” da Covid sono state originate da contagio in ospedali e strutture per l’assistenza agli anziani. Seguono il commercio all’ingrosso e al dettaglio (poco meno del 13 per cento), l’amministrazione pubblica (10,8 per cento) e il “trasporto e magazzinaggio” con il 9,7 per cento.

Casi mortali, l’anomalia Sud

L’analisi territoriale evidenzia una distribuzione delle denunce che ricalca l’impatto dell’epidemia nel suo complesso. Più della metà dei casi sono nel Nord-Ovest (un terzo del totale nella sola Lombardia), il 24,7 nel Nord-Est, il 12 per cento al Centro, il 5,9 al Sud e il 2,2 per cento nelle Isole. Guardando ai casi di infortuni da Covid mortali, la concentrazione si accentua nel Nord-Ovest (sfiora il 60 per cento a causa dei decessi in Lombardia). Calano le percentuali nel Nord-Est (14 per cento), al Centro (11 per cento) e restano simili nelle isole (1,8 per cento). C’è però un anomalo incremento nelle regioni del Sud: se la quota dei contagiati sul lavoro non arrivava al 6 per cento, quella dei morti supera il 15 per cento.