Settecentonovantadue immobili, ai quali si aggiungono oltre cinquecento terreni agricoli e più di duecento aziende. Sono i beni confiscati presenti nella provincia di Catania, e censiti dal lavoro congiunto di Arci Sicilia e del giornale I Siciliani giovani. Si tratta di un approfondimento “sul campo” partito dal database pubblico del portale Openregio dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc). Sul portale istituzionale sono forniti statistiche e indirizzi dei beni confiscati in tutta Italia, ma i volontari del progetto congiunto, denominato “Andrà bene”, hanno approfondito il lavoro, fornendo un quadro dettagliato di assegnazioni sociali e progetti di vendita. Si scopre così che nella provincia etnea sono solo 36 al momento i beni assegnati per scopi sociali. Di questi 22 in via definitiva.

La Sicilia è la regione con più beni confiscati d’Italia

Il portale Anbsc fornisce pubblicamente i dati divisi per provincia, comune e tipologia. La Sicilia è la regione con più beni sottratti alla criminalità: oltre 13 mila, un terzo del totale italiano (32 mila). Seimila sono concentrati nella provincia di Palermo. Oltre duemila a Trapani, e più di mille a Caltanissetta e Catania. Nel territorio etneo, dove proprio I Siciliani ha in gestione un bene confiscato in via Randazzo, ribattezzato “Il Giardino di Scidà“, c’è un’alta concentrazione di aziende (ben 205 sulle mille dell’isola), ma per la prima volta si riesce a conoscere la destinazione delle singole unità. Si scopre così grazie alla mappa pubblica, che 132 beni sono assegnati dall’agenzia al Comune di Catania, ma non hanno ancora una destinazione. Trentasei sono invece in carico ai Carabinieri, mentre la Polizia ne ha assegnati cinque, uno per la Guardia di Finanza. Altri cinque beni sono utilizzati come uffici ministeriali, mentre otto sono attualmente in vendita.

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A Catania assegnato solo un bene su 132

La mappa non copre il totale delle assegnazioni provinciali, ma i creatori del progetto “Andrà bene” promettono ulteriori approfondimenti. “Se i dati pubblici di Anbsc ci danno un quadro numerico delle assegnazioni ai Comuni – ha spiegato Matteo Iannitti dei Siciliani nel corso della presentazione -, altrettanto importante è capire a chi e come questi beni sono assegnati”. Anche perché molti immobili, non utilizzati per scopi sociali, “rappresentano un costo per le amministrazioni pubbliche che devono mantenerli”, oltre a risultare in molto casi occupati. “Noi siamo peraltro all’interno dell’unico bene assegnato con regolamento comunale, tra i 132 che ha in gestione”, spiega Iannitti. Dal 2016 c’è stato infatti “un solo bando di assegnazione in tal senso, quello del nostro Giardino di Scidà”. Tutti i beni assegnati al Comune di Catania risultano al momento inaccessibili secondo i dati raccolti: “sono beni lasciati in totale abbandono, il Comune non ha nemmeno le chiavi. Si tratta in molti casi di locali di pregio”.

Lo studio di Unict arriva alla Commissione antimafia

Il riutilizzo dei beni per scopi sociali è del resto “l’unico strumento efficace per contrastarne il ritorno nella disponibilità della criminalità organizzata”, come ha spiegato Livio Ferrante, ricercatore del dipartimento di Economia dell’università di Catania. Lo scorso dicembre insieme ai colleghi Francesco Reito, Salvatore Spagano e Gianpiero Torrisi, ha presentato uno studio dal titolo “Shall we follow the money? Anti-mafia policies and electoral competition“. Incrociando dati statistici, immobiliari e informative delle direzioni antimafia, lo studio dimostra come “l’unica policy in grado di ridurre l’influenza della mafia sia quella della riassegnazione dei beni confiscati alla mafia per fini sociali. Qualsiasi utilizzo alternativo, compresa la vendita, risulta del tutto ininfluente”. Lo studio è arrivato anche all’attenzione della Commissione nazionale antimafia, che si sta occupando di rivedere la legislazione in materia, superando il Decreto sicurezza, elaborato dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che prevedeva la vendita degli immobili tra le prime opzioni.

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