Al Sud le imprese hanno subìto di più la crisi economica: 28 mila e 889 imprese su un totale di 223 mila e 646 ha infatti dichiarato di aver dovuto interrompere totalmente l’attività nei mesi del lockdown, registrando un “fatturato zero”. Si tratta di oltre il 17 per cento delle imprese ed il dato, elaborato da Istat nel suo studio sulla “situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19“, è superiore alle province ad alta diffusione. Quasi tutte le province del Sud sono registrate da Istat a “basso impatto” per la diffusione del virus. Sono ben 32 sulle 34 totali che nell’intera Italia hanno registrato dei casi inferiori ai 10 su centomila abitanti, e il 29 per cento di tutte le province italiane. Nonostante questo, la crisi economica ha colpito più che nel Nord, falcidiato dall’emergenza sanitaria.

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Al Sud il record di aziende con zero fatturato

Le province ad “alta diffusione” non sono presenti al Sud Italia. Queste sono presenti invece nelle altre aree italiane, soprattutto nel Nord-Ovest (20 province, il 18,7 per cento del totale), e nel Nord-Est (14 province ad alta diffusione, ovvero il 13 per cento del totale). In queste due aree la totale assenza di fatturato si è registrata solo nel 13,1 per cento dei casi. Nel Centro Italia le province ad alta diffusione di Covid-19 sono invece quattro, e rappresentano il 3,7 per cento del totale, con una incidenza di “assenza di fatturato” del 16 per cento. Secondo l’istituto di statistica la motivazione del dato è solo parzialmente legata all’emergenza sanitaria, e riguarda soprattutto motivazioni strutturali del tessuto imprenditoriale del Sud Italia. Caratterizzato da imprese mediamente più piccole, e quindi con minori capacità di attrarre investimenti. E con liquidità non sufficiente ad affrontare periodi di crisi. Questo crea, in regioni particolarmente fragili come Calabria e Sardegna, il record di imprese chiuse o con fatturati ridotti di almeno la metà, rispettivamente il 57,4 per cento per la Calabria e il 56,1 per cento per la Sardegna. La Sicilia, per la quale Istat non fornisce un dato specifico, è allineata al dato del Mezzogiorno, con il 40 per cento delle imprese con fatturato ridotto del 50 per cento e oltre.

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Una impresa siciliana su due ha chiesto aiuti

Un dato che secondo Istat riflette le difficoltà nel reperire liquidità è inoltre quello relativo alle richieste di sostegno alla liquidità. Si tratta delle misure contenute nel DL 18/2020 (decreto Cura italia) e nel DL 23/2020 (decreto Liquidità), con una media nazionale del 42,8 per cento delle imprese che ha fatto domanda per ottenere prestiti, sgravi e contributi. Più elevata la frequenza per le imprese di dimensione minore (il 43 per cento delle micro imprese) rispetto alle grandi (23,6 per cento), le quali hanno sofferto relativamente meno la mancanza di liquidità. Un dato che riflette le differenze territoriali già evidenziate da Istat sulla sofferenza nel periodo del lockdown: la maggior parte delle micro e piccole imprese si trova al Mezzogiorno e nel Centro Italia. Così la Lombardia, regione più colpita dal virus, conta domande di accesso agli aiuti inferiore alla media (il 40,9 per cento), mentre in Sicilia ha fatto richiesta il 46,3 per cento delle aziende. Al momento dello svolgimento della rilevazione (tra l’8 e il 28 maggio), come specificato da Istat, il 57,4 per cento dei richiedenti era ancora in attesa di esito. Un problema che riguarda, ancora una volta, più il Sud che il Nord. Nel Mezzogiorno, come sottolineato dall’istituto di statistica, il 23,6 per cento delle imprese lamenta difficoltà di accesso al credito per mancanza di risposta dalle banche, principale mezzo per l’ottenimento degli aiuti (vi fa ricorso il 98 per cento delle micro imprese). Al Nord invece ben il 19 per cento delle imprese dichiara di non aver avuto difficoltà ad accedere al credito.

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Cig, chiesta dal 70 per cento delle aziende

Il dato più rilevante è però quello dedicato al sostegno al reddito e alle misure di gestione del personale. A fine maggio 2020, il 90 per cento delle imprese con almeno tre addetti (circa 906 mila unità che impiegano 12,2 milioni di addetti, pari al 95,5 per cento del totale), dichiara di avere adottato nuove misure di gestione del personale legate all’emergenza sanitaria. Il dieci per cento che non ha alterato le strategie di utilizzo dei lavoratori (poco più di 101 mila unità che occupano circa 570 mila addetti), è composto prevalentemente da imprese con meno di dieci addetti, per lo più non interessate dai provvedimenti di chiusura amministrativa. La modalità di integrazione salariale più utilizzata è la cassa integrazione, che nelle sue diverse incarnazioni (ordinaria o in deroga), ha riguardato oltre il 70 per cento delle imprese e, sottolinea Istat, con una sostanziale uniformità per tutte le aziende con più di tre addetti. Altre misure di gestione del personale hanno avuto una applicazione più circoscritta: l’obbligo delle ferie per i dipendenti e la riduzione delle ore o dei turni di lavoro sono state indicate rispettivamente dal 35,9 e dal 34,4 per cento delle imprese. Lo smart working è stato infine uno strumento maggiormente utilizzato dalle grandi imprese (90 per cento dei casi), con un grande ricorso anche nelle medie (73 per cento), mentre la sua diffusione e utilizzo è risultato molto meno incisivo nelle piccole e micro imprese.

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