Il sorpasso: in Italia ci sono più pensionati che occupati. L’avvicendamento, che in Sicilia era cosa fatta da tempo, si è allargato per la prima volta a tutto il Paese. Lo afferma l’ufficio studi della Cgia di Mestre. C’entra il Covid, ma non è tutta colpa dell’epidemia. Il sorpasso era atteso perché in linea con le tendenze demografiche. E poi di mezzo c’è quota 100, che ha accorciato i tempi del congedo, sovraccaricando le casse pubbliche di un ulteriore peso.

Covid e quota 100

Quella della Cgia è una proiezione. Se a maggio gli occupati erano stati 22,77 milioni, sono diventati meno dei pensionati, che già al primo gennaio 2019 erano 22,78 milioni. Se il dato degli occupati è recente, quello degli assegni pensionistici è più vecchio. Ma, spiega l’ufficio studi, tenendo conto del “normale flusso in uscita dal mercato del lavoro”, non c’è ragione di credere che i pensionati siano diminuiti. Tutt’altro: dovrebbero essere aumentati di circa 220 mila unità, anche per impulso dato da quota 100, che ha permesso spesso il congedo con assegni più alti e in età inferiore. C’è poi l’impatto del Covid. Nei primi quattro mesi del 2020 si sono persi 375 mila posti di lavoro, abbinati alla crescita sostenuta degli inattivi. C’è quindi stato un calo degli occupati e un incremento di chi non cerca un impiego. “In futuro non sarà facile garantire la sostenibilità della spesa previdenziale, che attualmente supera i 293 miliardi di euro all’anno, pari al 16,6 per cento del Pil”, afferma il coordinatore dell’ufficio studi Paolo Zabeo.

Sicilia, sorpasso e distacco

La proiezione della Cgia guarda solo al panorama nazionale. Ma dati meno recenti (che risalgono a inizio 2019) evidenziano che a pregiudicare l’equilibrio tra pensionati e occupati sia soprattutto il Sud. All’inizio dello scorso anno, infatti, il Mezzogiorno aveva già un saldo negativo vicino al milione di unità. E proprio la Sicilia contava, almeno in numeri assoluti, il peggiore: c’erano 299 mila pensionati in più rispetto agli occupati. Solo a Ragusa c’era un saldo positivo, anche se di appena 2 mila lavoratori. Per il resto, profondo rosso: i pensionati superavano gli occupati di 84 mila unità a Messina, di 71 mila a Palermo, di 39 mila a Trapani, di 37 mila ad Agrigento, di 29 mila a Catania, di 17 mila a Caltanissetta, di 15 mila a Enna e di 7 mila a Siracusa. E questi sono numeri precedenti a un anno difficile per l’economia regionale (il 2019) e all’avvento del Covid. Profondo rosso, ma è già peggio di così.

Un Paese che si svuota

La cosa più preoccupante, però, non è né l’epidemia né una norma che – stando ai dati – pare quantomeno anacronistica. Se le regole si possono cambiare e la crisi da coronavirus (prima o poi) lascerà spazio al recupero, c’è una tendenza strutturale che sarà più complesso invertire: le nascite calano e l’età media aumenta. “Sebbene gli effetti della crisi dovuta al Covid avranno un impatto molto negativo dal punto di vista occupazionale, è evidente che il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sarà un altro grosso problema”, spiega Zabeo. L’ennesima conferma è arrivata dall’ultimo bilancio demografico dell’Istat. Nel 2019 l’Italia ha perso quasi 189 mila residenti (pari allo 0,3 per cento). Un nuovo record negativo. In cinque anni, il Paese ne ha visti evaporare 551 mila. Le nascite hanno raggiunto il minimo storico dall’unità d’Italia. Sono aumentate le cancellazione anagrafiche per l’estero (cioè chi si trasferisce oltre confine), sono diminuiti gli arrivi di cittadini stranieri (-8,6 per cento) mentre prosegue l’aumento dell’emigrazione di cittadini italiani (+8,1 per cento). In breve: l’Italia si sta svuotando. Con Sud e Isole che procedono a un ritmo più elevato. Se la popolazione residente al Nord è praticamente piatta, Sicilia e Sardegna hanno perso lo 0,7 per cento. Non è solo una questione di casse pubbliche. Se la popolazione è più anziana – sottolinea la Cgia – ci sarà “una società meno innovativa, meno dinamica e con un livello e una qualità dei consumi interni in costante diminuzione”.

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