È il secondo presidente meridionale nella storia di Confindustria Giovani. Il primo siciliano. Riccardo Di Stefano si insedia in un periodo non semplice, con il Pil italiano che crolla. Il suo mandato parte durate quella che definisce “la più grande trasformazione economica del secolo”. La Sicilia, afferma, è una terra di “opportunità magnifiche, ma ha bisogno di nuove e grandi infrastrutture”. La fuga di cervelli è imprenditori “potrebbe peggiorare” nella crisi post-Covid. Per evitarlo, il Mezzogiorno deve diventare “una calamita di fondi europei”, che dovranno essere sfruttati in modo “più efficace”.

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Nello scorso triennio è stato vice di Alessio Rossi. Il suo mandato vuole essere in continuità o ci saranno elementi di discontinuità?

La più grande discontinuità con il mio predecessore è rappresentata da un fattore esogeno, ossia la differenza abissale della situazione economica tra il 2017 e il 2020. Allora, quando Rossi divenne Presidente, l’Italia cresceva. Oggi ci attendiamo un calo stimato del 9 per cento. Pertanto, il mandato di questa squadra di presidenza sarà quello di prendere i nostri valori tradizionali – merito, innovazione, inclusione, sostenibilità – e innestarli nella più grande trasformazione economica e sociale del secolo.

In Sicilia, e in generale al Sud, ci sono pochi imprenditori, ancora meno tra i giovani. Spesso sono figli di imprenditori, come lei. Crede che l’esperienza familiare abbia fatto la differenza nella sua carriera?

Respirare l’imprenditorialità in casa è stato importantissimo. E sarebbe ora che questa cultura del fare impresa non restasse tra le mura domestiche ma diventasse fattore comune di scuole e accademie. Non basta apprenderla in casa, bisogna studiare e poi mettersi alla prova. La vera scuola di impresa è questa: prendere un progetto e farlo diventare la propria ossessione quotidiana, anche dopo il successo.

Quali le difficoltà di operare in una terra con poco vocazione imprenditoriale come la Sicilia?

La Sicilia contiene opportunità magnifiche, ma ha bisogno di nuove e grandi infrastrutture per portarle nel mondo e per essere raggiunta da tutti quei nuovi investimenti che da noi possono diventare storie di successo. Per esempio, la proposta del ministro del Sud Provenzano di una fiscalità di vantaggio, è interessante se finalizzata alla realizzazione di nuovi investimenti nel Mezzogiorno. Servirebbe a rendere attrattivo il Sud e avviare una politica di riequilibrio economico e sociale. Questo, unito a rigorosi controlli sulla legalità, per ridurre le diseconomie esterne all’attività d’impresa.

Quali sono i settori e le strategie su cui l’imprenditoria siciliana dovrebbe puntare?

Non credo sia giusto far prevalere un ambito ma una attitudine, che è trasversale e apertura all’innovazione. Dal turismo all’Ict, dal tessile all’agroalimentare fino ad ogni bene che esportiamo in Europa e nel mondo, dobbiamo fare uno sforzo collettivo per reinventare le filiere produttive e la collocazione delle nostre imprese nelle catene globali del valore. Il vero fattore di ripartenza è il capitale umano straordinario che abbiamo nella nostra regione.

Quali potrebbero essere le mosse giuste per convincere tanti giovani imprenditori a non lasciare la regione?

La fuga di cervelli, di braccia e di speranze dal Sud è una storia vecchia che con la crisi post-Covid potrebbe peggiorare. Per questo, diventa ancora più importante mettere subito in atto una strategia dedicata allo studio, alla formazione al lavoro e alle assunzioni dei più giovani. In un Paese senza più opportunità, non se ne va solo chi ha meno accesso alle risorse. Il rischio è quello di lasciar andare futuri operai e futuro ceto dirigente. Il Paese ha bisogno di entrambi.

A proposito di post-Covid: come valuta l’operato del governo e cosa servirebbe per rilanciare l’economia siciliana?

Una quota importante dei nuovi fondi europei è destinata al Mezzogiorno, dove l’impatto economico del Covid è molto serio. Basti leggere l’ultimo Documento economico e finanziario della Regione per avere un quadro drammaticamente limpido: la perdita prevista del Pil in Sicilia è del 7,8 per cento, minore rispetto al dato nazionale. Ma non deve risultare confortante, sia per la maggior tenuità del rimbalzo previsto per il prossimo anno (+3,4 per cento contro il più consistente +4,7 per cento dell’economia nazionale), ma soprattutto poiché si aggiunge alle perdite accumulate dal 2008 (quasi un -15 per cento). Non possiamo perdere l’occasione di ripartire. Dobbiamo diventare una calamita di tutti quei fondi europei destinati a ricostruire l’economia post-Covid, per migliorare le infrastrutture, da quelle scolastiche a quelle tradizionali e digitali. Dobbiamo imparare a fare un utilizzo più efficace dei fondi europei: per nessuna ragione si deve replicare l’antico copione dei fondi che tornano a Bruxelles perché non abbiamo saputo impiegarli in modo efficace.

Quale strategia intende adottare per spingere nuovi giovani a diventare imprenditore, con o senza un background familiare?

Vorrei sfatare il mito che il passaggio generazionale è una cosa semplice: dedicare la propria energia al progetto dei genitori ed ereditarne il timone è talvolta complesso, quasi quanto avviare una propria impresa. Ovviamente, si tratta di due mondi molto diversi, ma per far sì che entrambi abbiano successo, non vanno banalizzati. A chi non ha un background di famiglia, dico che si costruisce nelle università, in realtà come il nostro movimento, dove ci scambiamo consigli, gioie e sacrifici del fare impresa, dove progettiamo e facciamo network. E poi, i Giovani Imprenditori sono impegnati a diffondere la cultura di impresa, tra i banchi delle scuole e quelli delle università. È un tema che deve trovare più spazio nell’orientamento scolastico e universitario. E soprattutto, l’unico solido background è il coraggio. Senza quello, non c’è tradizione imprenditoriale che possa sopravvivere ai tempi che viviamo.

Quali differenze ci sono tra un’azienda guidata da un giovane rispetto a una guidata da “vecchi” imprenditori?

Guidare un’azienda non è una questione di età anagrafica, ma di apertura mentale. Ho visto tanti giovani imprenditori usare vecchi modelli di business e imprenditori di una certa età usare modelli innovativi. Attenzione: l’esperienza è quella cosa che consente di agire forti di una conoscenza sedimentata negli anni. Ma è anche quella cosa che alle volte fa mettere il pilota automatico, perdendo di vista i cambiamenti. L’assenza di esperienza sul campo, come quella di un giovane, è spesso una garanzia di disruption, di pensiero laterale, di sperimentazione. Talvolta è invece una liability, ma, come insegnano nella Silicon Valley, fail fast, fail often. Chi non osa e non mette alla prova i propri progetti, non cresce.

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