Didattica universitaria e mercato del lavoro

Che speranza avremo quando i computer guideranno da soli le macchine, risolveranno le incertezze giuridiche e interverranno chirurgicamente in sala operatoria?

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La distanza tra domanda di lavoro e l’offerta formativa, che gli attuali percorsi propongono, necessita di essere colmata attraverso lo sviluppo di nuove competenze – trasversali – e soft skills, che siano più conformi all’attuale mercato, caratterizzato da continui processi di integrazione e sviluppo dell’innovazione, talvolta destabilizzanti. Nell’attuale economia, in cui le organizzazioni riescono ad innescare processi decisionali più aperti, flessibili e collaborativi, sostituendo quelli di stampo tradizionale basati sul rispetto delle gerarchie, la formazione richiede un processo di riqualificazione verso l’accompagnamento alla crescita personale e professionale, attraverso la guida nella direzione della condivisione di una esperienza relazionale connessa ai problemi delle persone, a partire da una conoscenza che scaturisca dalla pratica e a cui ad essa inevitabilmente ritorni.

Come rimodellare le competenze tecniche tradizionali, le hard skills, creando una piena congruenza tra fattori situazionali e potenzialità personali, come ad esempio la disposizione dei soggetti a lavorare con gli altri, se poi le organizzazioni si trovano a dovere ricercare i criteri della loro efficienza soprattutto nella capacità di ridefinire i propri obiettivi e di negoziare con l’esterno? Quasi certamente si dovrà partire dal presupposto che il lavoro è prima di tutto una questione di identità. Per cui ogni progettualità, seppure votata all’efficientismo, dovrà garantire un senso di appartenenza al lavoro e tra le tante soggettività; sarà impegnata a stimolare il desiderio di non rimanere esclusi dal processo di formazione e dovrà guidare nella difficile transizione da un protagonismo obbligato ad un protagonismo possibile.

L’obiettivo della formazione diventa: promuovere e stimolare una proattiva coesione sociale attraverso progetti ad ampio spettro, in rete. Una didattica universitaria, seppur orientata alla valorizzazione della conoscenza, non più volta alla sola produzione di saperi e di profili professionali. Una formazione centrata sullo sviluppo personale e collettivo, culturale e sociale, di professionisti in grado di spendere la propria preparazione in un contesto socio-economico sempre più complesso e pronti a inserirsi nei vari settori del mercato economico –  a trasferire competenze e soft skills in grado di stimolare la capacità di resilienza nei giovani; quest’ultima caratteristica essenziale in periodi di particolare incertezza come quello post COVID.

Promossa ed esercitata a partire dalla formazione universitaria: se tale rivoluzione entrasse veramente all’interno del sistema formativo italiano e nelle didattiche disciplinari, in termini di contenuti, di obiettivi e di competenze, ciò comporterebbe una rivoluzione tanto degli approcci teorici quanto di quelli metodologici e di tipo gestionale, a livello del singolo insegnamento e a livello di integrale offerta formativa. Abbiamo ancora bisogno di persone che prendono decisioni di livello superiore, nel momento in cui queste sfruttano elementi di creatività, comunicazione e relazionalità sociale. È il trionfo delle soft skills e dell’emisfero destro dopo un secolo dominato dalle abilità analitiche e sistemiche dell’emisfero sinistro. Sarà l’emergere nella nuova economia del relationship worker rispetto al knowledge worker.

Per approfondimenti: Ramaci T., et al. (2019). Nuovi saperi e apprendimenti nell’Università che cambia. In IL NODO– Per una pedagogia della persona. Falco Editore. vol. XXIII (49) pp.139-150. – ISSN:2280-4374.

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