L’Italia è un Paese dove l’economia gira a velocità diversa, con un Nord dinamico e un Sud che arranca. E i dati dell’export internazionale elaborati da Istat, l’istituto nazionale di statistica, insieme ad Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, non fanno che confermarlo: le merci esportate all’estero provengono nel 88,8 per cento dei casi dal Centro-Nord. Lo certifica la ventiduesima edizione dell’Annuario statistico “Commercio estero e attività internazionali delle imprese”, con una marginalità estrema nel contesto internazionale per la Sicilia: l’Italia insulare (il dato comprende anche la Sardegna), nel 2019 ha prodotto solo il 3,1 per cento di tutto l’export nazionale. La quota è in calo rispetto al 2018, quando la percentuale era del 3,5 per cento, ma la tendenza segue quella internazionale. Nel 2019 il commercio mondiale di beni è in diminuzione del 3 per cento rispetto al 2018, mentre quello italiano (che pesa per il 2,84 per cento a livello mondiale), è in calo del 2,3, ma con un avanzo commerciale al netto dei prodotti energetici in aumento di oltre 10 miliardi di euro sull’anno precedente, per un totale di 91,4 miliardi di euro.

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La Sicilia è in media una regione a “contributo negativo”

Nel quadro nazionale la Sicilia si distingue, oltre che per l’esiguo contributo alla quota di export, anche per il contributo: sei province su nove importano più merci di quante non ne esportino. Un “contributo negativo elevato” è calcolato dallo studio per le province di Palermo, Messina e Siracusa, tutte in calo rispetto al 2018 rispettivamente di 0,04, 0,03 e 0,28 per cento. Seguono come province a “contributo negativo contenuto”, Ragusa e Trapani (meno 0,01 sul 2018) e Agrigento (valori invariati sul 2018). Il contributo diventa “positivo rilevante” per le province di Enna e Caltanissetta, mentre per Catania il dato diviene di “contributo positivo elevato” con una crescita dello 0,05 sul 2018. Enna e Catania sono peraltro le uniche due province registrate dall’annuario 2020 come “molto dinamiche”, Caltanissetta ha un giudizio comunque positivo (provincia “dinamica”), mentre le restanti sei province della Sicilia sono registrate come “scarsamente dinamiche”.

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Covid-19: per i livelli precrisi bisognerà attendere il 2022

Il quadro cambia se si considerano gli effetti della pandemia da Covid-19: secondo i dati Istat, riportati sull’annuario, il calo tendenziale dell’export nel periodo gennaio maggio 2020 è stato del 16 per cento. E, secondo le previsioni Istat, il totale a fine anno sarà un calo del 12 per cento, per poi crescere del 7,4 per cento nel 2021 e del 5,2 per cento nel 2022, anno su anno. Con queste previsioni l’export dall’Italia tornerà ai livelli del 2019 solo nel 2022. E, prevedibilmente, a risentire maggiormente della situazione per Istat e Ice sarà il Mezzogiorno. La quota totale di export del Sud Italia (Isole comprese), è infatti di appena il 10,3 per cento, e nel quale pesano soprattutto agrifood e cibo e bevande. Dal 2011 al 2019 c’è stato un incremento molto marcato nell’export del Sud (cresciuto da 43,5 miliardi a 50, più 14 per cento), ma questo non ha tenuto il passo dell’intera Italia, passata da 376 a 476 miliardi (più 26 per cento). E, secondo lo studio, c’è ancora un margine di crescita di almeno 17 miliardi di euro per l’export del Mezzogiorno, con gli Stati Uniti d’America in testa ai potenziali mercati, con un aumento di almeno 3 miliardi.

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