Fare il libero professionista sarà un sogno?

Il decreto "Cura Italia" tende a tenere un po' in secondo piano le ricadute che l'emergenza rischia di avere sull'attività e sui redditi di chi esercita una professione ordinistica

0

Nel pensiero comune, noi professionisti continuiamo a passare per dei privilegiati che in fondo non necessitano di chissà quali sostegni. Non è così, eppure anche il decreto Cura Italia, certamente apprezzabile in alcune sue parti, tende a tenere un po’ in secondo piano le ricadute che l’emergenza coronavirus rischia di avere sull’attività e sui redditi di chi esercita una professione ordinistica. Nella qualità di presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Ragusa, un paio d’anni fa ho promosso la costituzione con avvocati e con i notai di un nuovo soggetto associativo, “Economisti e Giuristi insieme”, anche per cambiare il mood che vede sempre sottovalutate le esigenze del lavoro intellettuale.

Come dicevo gli iscritti agli ordini professionali (poco più di 1.400.000 persone) rappresentano il 6 per cento della forza lavoro. Mentre in Europa ci sono 11 liberi professionisti ogni mille abitanti, in Italia sono 17 ogni mille, totalizzando 1.400.000 unità. Le professioni più rappresentative sono per un terzo rappresentati dall’area medica, legale e amministrativa. Ecco i numeri che riguardano le principali professioni distinte per settore: commercialisti 119 mila, avvocati: 200 mila, medici: 240 mila, architetti: 95 mila, ingegneri: 73 mila, psicologi: 55 mila, agronomi: 6 mila e notai: 4 mila. Tutti quanti non potranno accedere alle principali misure di sostegno dell’economia contenute nel decreto.

Le misure previste per le professioni nel decreto Cura Italia sono assolutamente insufficienti. Anzi in alcuni casi sono paradossali. Lo è per esempio la ritenuta sugli incassi: riguarda pochissimi giorni, e sembra del tutto insensato pensare che qualche nostro cliente sia proprio ora così solerte nel liquidarci una fattura appena emessa. Sul punto noi avevamo richiesto una riduzione della ritenuta d’acconto per i professionisti che oggi è già troppo elevata è porta molto spesso a fine anno ad avere crediti d’imposta. C’è la cassa integrazione guadagni per tutti: ma come si potrà gestire una tale marea di richieste? È vero che riguarda anche gli studi professionali con meno di 5 dipendenti. Ma intanto la cifra stanziata rischia di non essere sufficiente a coprire tutte le richieste. E in ogni caso, considerato che alcune Regioni sono in ritardo, sembra quasi inevitabile finire molto lunghi con l’effettiva erogazione dei sussidi.

Poi c’è il reddito di ultima istanza, pensato proprio per le professioni ordinistiche. La mobilitazione deve partire da qui. Dal fatto che 300 milioni di euro non basteranno affatto. Secondo i calcoli effettuati dalla fondazione dei commercialisti, la somma erogabile al singolo professionista beneficiario sarà chiaramente al di sotto dei 600 euro previsti per tutte le altre partite Iva. Come se appunto fossimo ancora dei privilegiati. Non è così: credo sia noto ormai come i commercialisti ma anche gli avvocati, soprattutto in alcune aree del Paese, abbiano redditi spesso molto bassi. La disparità di trattamento è ancora più paradossale se si considera che noi, in un periodo del genere, siamo tra i pochi a dover lavorare per forza, e dobbiamo farlo per garantire le entrate dello Stato (la presentazione telematica delle certificazioni uniche non è stata rinviata e scadrà il 31 marzo).

È stato concesso un credito d’imposta per le partite Iva equivalente all’affitto del mese in corso, ma non applicabile ai professionisti. Si è considerato che altre attività, come quelle commerciali, sono costrette a fermarsi del tutto e a registrare incassi zero. Bene. Anche noi, in questi giorni, facciamo quasi sempre incassi zero. Con la differenza che la nostra saracinesca non è abbassata. Commercialisti, avvocati e gli altri sono in trincea. Gli adempimenti sono in parte sospesi, i versamenti lo saranno solo per un periodo brevissimo. Noi commercialisti continuiamo a lavorare, devono farlo anche gli avvocati e gli altri. Ma tra mille difficoltà. Il presidente nazionale dei commercialisti Massimo Miani si è fatto portavoce dei 119.000 iscritti anche col ministro Gualtieri: stavolta la nostra professione rischia di non poter assicurare tutto il sostegno necessario, in altre occasioni offerto attraverso la nostra azione sussidiaria. Spesso il personale degli studi si rifiuta, comprensibilmente, di uscire di casa, e lo smart working, soprattutto, in alcune aree, s’infrange sulle insufficienti dotazioni di hardware.

Qual è la prima misura da aggiungere a quelle finora previste? Si deve assicurare liquidità, in vista di mesi in cui dall’emergenza sanitaria passeremo a quella economica e quindi all’emergenza finanziaria. I professionisti guadagneranno molto meno. Andrebbe congelata innanzitutto la norma, introdotta con l’ultima legge di Bilancio, secondo cui i crediti d’imposta possono essere compensati solamente dopo la presentazione della dichiarazione dei redditi. Lo si è pensato per evitare le frodi. Ma qui siamo in una situazione straordinaria. Se non si agisce, molto semplicemente le persone (professionisti inclusi) non riusciranno a versare le imposte. Il credito d’imposta sugli affitti riservato alle partite Iva ma non a noi è la prova che si trascura la realtà. E nella realtà, ora tanti chiudono e non incassano, certo, ma noi lavoriamo e non incassiamo lo stesso. Come se, oltretutto, anche molti di noi non si trovassero con gli affitti degli studi da pagare. Ci troviamo costretti a resistere tra mille difficoltà: non possiamo certo abbandonare gli studi e trovarci pure senza clienti.

Ai liberi professionisti risultano preclusi sia l’accesso alla moratoria sui mutui bancari e i leasing, strada sbarrata anche alla possibilità di chiedere l’indennità di 600 euro per il mese di marzo. Nemmeno a fronte di donazioni in denaro ai liberi professionisti potranno essere riconosciuti i bonus fiscali che il decreto prevede per imprese e i privati. I lavoratori autonomi iscritti agli ordini professionali non potranno accedere alle principali misure di sostegno dell’economia contenute nel decreto. I liberi professionisti sono ancora una volta considerati come “figli di un Dio minore”. L’unica misura di sostegno finanziario alla quale possono accedere i liberi professionisti, congiuntamente a tutti gli altri titolari di partita Iva, riguarda la sospensione di 9 mesi per il pagamento dei mutui prima casa. Questa agevolazione risulta subordinata alla presentazione di una autocertificazione con la quale i lavoratori autonomi attestino di aver perduto, in un trimestre successivo al 21 febbraio 2020, oltre il 33 per cento del proprio fatturato rispetto all’ultimo trimestre del 2019.

Ultima ma non ultima per importanza, si evidenzia che la sospensione dall’otto marzo al 31 maggio 2020 dei termini di versamento derivanti da cartelle e avvisi porterà ad una proroga biennale delle attività di accertamento che sarebbero scadute quest’anno, portando al 2022 il termine di prescrizione per quelle 2015. Ciò evidenzia quanto sia sbilanciato il rapporto tra Fisco e contribuenti e non aiuta certo a rassicurare i tanti titolari di partita Iva costretti, per il bene pubblico, a rimanere a casa e sospendere la propria attività. Per il resto i professionisti restano esclusi dalle principali misure di sostegno contenute nel Cura Italia. È pertanto opportuno auspicare una revisione durante l’iter di conversione parlamentare del decreto, altrimenti le nuove generazioni saranno sempre meno invogliate a pensare di svolgere la professione del “libero professionista”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui