“Nessuno perderà il posto di lavoro”. Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, 11 marzo. Dall’inizio dell’emergenza Covid c’è stato “un calo complessivo di 400 mila occupati”. Istat, 3 giugno. I posti di lavoro si sono persi eccome: 274 mila solo ad aprile, nonostante blocco dei licenziamenti e cassa integrazione allargata. A pagare sono soprattutto i contratti a termine e i più giovani: il calo dell’occupazione aumenta al diminuire dell’età. Chi ha perso il lavoro non si è certo messo a cercarlo. Gli inattivi sono 746 mila in più rispetto a marzo.

Tutto in due mesi

Se a marzo l’occupazione aveva retto (sia perché il lockdown non era ancora iniziato sia perché gli effetti sul mercato del lavoro non sono immediati), ad aprile l’Istat registra “una marcata diminuzione”. La tendenza è “generalizzata”: “Coinvolge donne (-1,5 per cento, pari a -143 mila), uomini (-1 per cento, pari a -131 mila), dipendenti (-1,1 per cento pari a -205 mila), indipendenti (-1,3 per cento pari a -69 mila) e tutte le classi d’età”. Nel complesso, il tasso di occupazione ha perso l’1,2 per cento, scivolando al 57,9 per cento. Tutto, o quasi, in due mesi: il peso del lockdown è talmente marcato da determinare una flessione superiore al 2 per cento rispetto ad aprile 2019. Tradotto in persone: sono quasi 500 mila lavoratori in meno.

Giovani e precari: chi ha pagato di più

In termini percentuali l’occupazione cala in tutte le classi d’età, ma con un’intensità inversamente proporzionale all’età. Diminuisce solo dello 0,4 per cento tra gli over 50. Mentre perde il 3,4 per cento tra gli under 24 e il 2,2 per cento tra i 25-34enni e l’1,3 per cento tra i 35 e i 49 anni. Una possibile spiegazione: le norme anti-Covid hanno tutelato i contratti stabili e il decreto Cura Italia aveva si era perso per strada i contratti a termine (che non rientravano nel blocco dei licenziamenti). Lo dimostra il fatto che ad aprile il calo nel tasso di occupazione tra i dipendenti a termine è stato del 4,6 per cento. Quasi quattro volte il calo complessivo. I dipendenti permanenti hanno tenuto (-0,5 per cento), mentre hanno fatto fatica gli autonomi (-1,3 per cento). Gli ammortizzatori previsti dai Dpcm hanno quindi tutelato i contratti più solidi, facendosi però sfuggire gli altri. Nella migliore delle ipotesi, sono stati una rete di salvataggio che ha tenuto in piedi gli organici permanenti in attesa della ripartenza. Nella peggiore, le statistiche dei dipendenti stabili potrebbero peggiorare quando, in autunno, verranno meno blocco dei licenziamenti e cassa integrazione.

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Gli impressionanti numeri degli inattivi

Ci sono 484 mila disoccupati in meno e un tasso di disoccupazione che si riduce fino al 6,3 per cento (quasi tre punti percentuali in meno in soli due mesi). Numeri per i quali festeggiare, se l’economia girasse. E invece sono dati pessimi travestiti da buona notizia. Il tasso di disoccupazione, infatti, conta solo chi non ha il lavoro e lo sta cercando. Se al suo calo corrisponde un incremento degli occupati, è un bene. Ma non è questo il caso. Come sottolinea l’Istat, il tasso di inattività aumenta “in misura analoga” al calo della disoccupazione. Tradotto: i cittadini non hanno trovato lavoro ma hanno smesso di cercarlo. Gli inattivi sono aumentati del 5,4 per cento in un solo mese, spingendo il tasso oltre il 38 per cento. Su dieci persone in età lavorativa in Italia, ce ne sono quattro che non hanno un lavoro né lo stanno cercando. Diventano otto su dieci (sì, otto su dieci) tra i 15 e i 24 anni.

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