Gli indicatori territoriali per le politiche di sviluppo, pubblicati da Istat, forniscono dati su un lungo elenco di aspetti dell’Economia italiana, anche a livello provinciale, fornendo dei dati in apparente contrasto tra di loro. La Sicilia è ad esempio l’ultima regione d’Italia per occupati con solo il 52 per cento, ma è anche terza (dietro Lombardia e Campania) per numero di imprese con titolari donne. E dal 1995, primo anno di disponibilità dei dati provenienti dalla rete Sistan, anche le imprese totali sono in costante aumento. La Sicilia passa infatti dalle 284 mila di 25 anni fa alle oltre 386 mila del 2019. Un aumento di oltre 102 mila imprese, e concentrato soprattutto in tre province, Palermo, Catania e Ragusa.

Per Ragusa venticinque anni in crescita

Nel corso di venticinque anni a Palermo le imprese iscritte al registro delle imprese sono passate da 60 mila a oltre 88 mila, un aumento di 28 mila unità. Dati del tutto sovrapponibili a quelli di Catania, seconda provincia per numero di abitanti ma prima per imprese, con poco meno di 62 mila imprese iscritte nel 1995 e 88 mila e 600 nel 2019, in crescita di quasi 27 mila unità. L’aumento combinato delle due principali città metropolitane copre oltre la metà del totale siciliano con 55 mila nuove imprese. A seguire Messina, più 7 mila, passata dalle 48 mila del 1995 alle quasi 56 mila del 2019, ma con un andamento meno costante nel corso degli anni: nel 2007 le imprese erano oltre 58 mila. Trapani, partita da 26 mila venticinque anni fa, è al termine del 2019 a quota 33 mila e 700, seguita da Siracusa, oggi a poco meno di 32 mila imprese. Nel 1995 era però Agrigento, oggi a 29 mila e 600, la quarta provincia per numero di registrazioni, con quasi 24 mila, mentre Siracusa si fermava poco sopra quota 21 mila. Caso simile per Caltanissetta e Ragusa, con quote di registrazioni praticamente identiche nel 1995 (17 mila e 200 contro 17 mila e 40), ma che oggi si trovano in situazioni ben diverse. Nel nisseno le imprese ad oggi registrate sono poco più di 20 mila, mentre nel territorio ibleo si supera oggi quota 29 mila, un aumento di 12 mila. Caso a parte è la provincia di Enna. Le imprese dal 1995 sono aumentate di 1500 unità (8500 contro le 10 mila del 2019), ma dal 2006, primo anno in cui il totale delle imprese registrate ha superato le 10 mila, il numero di iscrizioni si è mantenuto quasi invariato.

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Cala la forza lavoro, aumenta chi cerca occupazione

Accanto all’aumento generalizzato delle imprese non c’è però un corrispondente aumento della forza lavoro. I dati, disponibili per questo indicatore a livello provinciale solo dal 2004, mostrano una situazione stazionaria, con 1 milione e 731 mila lavoratori 16 anni fa, 1 milione e 705 mila nel 2019. Nello stesso periodo sono però aumentate le persone in cerca di occupazione, passate da 295 mila a 341 mila. Il dato è però caratterizzato da picchi: nel 2007 la quota di chi era in cerca di occupazione è scesa a 219 mila, insieme alla disoccupazione a quota 10 per cento, ma nel 2016 il numero era di 383 mila. Una variabilità che si riscontra anche nei dati provinciali, con un’altalena di valori soprattutto per Palermo. Il capoluogo è passato da 90 mila persone in cerca di lavoro nel 2004, è sceso fino a 63 mila nel 2011, ma è risalito a 107 mila nel 2016, per arrivare nel 2019 a 78 mila. La forza lavoro è invece diminuita da 443 mila del 2004 alle 408 mila unità del 2019. Una situazione opposta a Catania, dove la forza lavoro è passata da 355 mila a 362 mila unità, mentre il numero di disoccupati oscilla dal 2004, quando erano a quota 52 mila. Nel 2009 il minimo (39 mila), mentre nel 2013 e nel 2018 sono state raggiunte le 70 mila unità, a fronte delle 58 mila del 2019. Si tratta di appena mille unità in più del dato di Messina (57 mila), città metropolitana nella quale la forza lavoro è inferiore di oltre centomila unità (221 mila nel 2019). La quota di disoccupati era di 37 mila nel 2004, per una forza lavoro di 236 mila unità. E il dato, per la città dello Stretto, potrebbe peggiorare a causa della crisi del turismo causata da Covid-19: secondo le stime di Anci potrebbe far aumentare i disoccupati del 41 per cento.

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