“Da dieci anni è in atto un processo di desertificazione del tessuto delle piccole partite Iva”. E il Covid “potrà soltanto accelerare e intensificare, in modo forse irreversibile, questa tendenza”. Il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani, ci va giù pesante nel commentare i dati dell’Ufficio studi della sua organizzazione. Tra il 2008 e il 2018, si sono persi 430 mila unità contribuenti censiti. Sono passati da 41,8 e 41,3 milioni. Tiene solo chi dichiara anche redditi da lavoro dipendente (+5,1 per cento), mentre gli autonomi più “puri” calano. E di molto.

Chi resta e chi chiude

Si sono persi 560 mila contribuenti con redditi da attività di impresa o lavoro autonomo esercitate in forma individuale o associata. In particolare si sono dimezzati coloro i quali dichiarano redditi di impresa individuale in regime di contabilità ordinaria (da 270 mila a 136 mila). Vuol dire che la maggior parte delle partite Iva che sta a galla, ci riesce grazie ai regimi forfettari o ad altri trattamenti di vantaggio. La buona notizia è nei redditi: tra il 2008 e il 2018, quello medio da lavoro dipendente è aumentano appena del 6 per cento e quello da pensione del 28,2 per cento. Il lavoro autonomo individuale è a metà strada (+19 per cento), con il regime di contabilità ordinaria (+42 per cento) che fa meglio di quella semplificata (+25 per cento). Chi resta incassa di più ma molti chiudono: vuol dire, in sostanza, che le partite Iva che hanno mollato lo hanno fatto perché incapaci di sostenersi e non certo perché hanno trovato di meglio.

Commercianti e artigiani in calo da anni

Il 2019, anno che non è valutato nell’indagine dei commercialisti, potrebbe essere un anno di ripresa (quantomeno numerica) grazie al regime forfettario esteso a 65 mila euro. Ma non mancano i segnali negativi. I dati dell’Ufficio studi del Consiglio nazionale dei commercialisti, afferma l’organizzazione, rappresentano infatti “piena conferma e anzi amplificazione” di quelli dell’Osservatorio sui lavoratori autonomi dell’Inps. Gli artigiani iscritti alla gestione speciale (titolari o collaboratori) registrati lo scorso anno sono stati 1.620.690 (82.666 dei quali in Sicilia), l’1,1 per cento in meno rispetto al 2018. A preoccupare non è tanto l’entità del calo (comunque non trascurabile) ma la sua costanza. C’è un segno meno da ormai un decennio. In confronto con il 2010, il numero degli iscritti è diminuito del 15 per cento. Per i commercianti la flessione è stata più lieve, dello 0,5 per cento. Quello che non cambia è la direzione: il calo va avanti dal 2013, quando gli iscritti erano il 4 per cento in più rispetto ai 2.163.158 (149.847 siciliani) del 2019. Ecco perché il Consiglio nazionale dei commercialisti parla di “una fuga dalla partita Iva”.

Leggi anche – Under 35 e forfettari: il nuovo popolo delle partite Iva

L’ultima mazzata: il Covid

E poi di mezzo ci si è messo anche il 2020, con la pandemia e le chiusure. Molte attività sono state sospese, annaspano senza liquidità, potrebbero chiudere dopo aver riaperto. Se cassa integrazione e blocco dei licenziamenti sta tenendo in piedi i dipendenti stabili, i dati Istat hanno già evidenziato una contrazione dell’occupazione degli autonomi (-1,3 per cento). “È del tutto evidente – commenta Miani in una nota – che, con la crisi innescata dall’emergenza epidemiologica, la tendenza già in atto di riduzione del numero di contribuenti che esercitano attività di impresa e lavoro autonomo è destinata ad aumentare esponenzialmente, senza però trovare sbocco e assorbimento in un incremento della base occupazionale di lavoro subordinato e parasubordinato”. Tradotto: chi perde il lavoro da autonomo non lo trova da dipendente.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui