“Lavoro ormai da più di due mesi dalla mia stanza a Milano, svolgendo tutti i task previsti dall’azienda, senza dover attendere gli orari d’ufficio. Avrei potuto fare lo stesso da casa mia, in Sicilia”. Renato Pappalardo, 33 anni, è un grafico catanese. Si occupa di realizzare infografiche e contenuti multimediali per una grande azienda con sede nel capoluogo lombardo. Come per decine di migliaia di lavoratori fuori sede, l’opportunità dello smart working è arrivata improvvisamente, insieme all’emergenza Covid-19. “Sono riuscito a tornare in Sicilia solo da pochi giorni, e anche da qui la mia giornata di lavoro non è cambiata: è legata solo ai task previsti dall’azienda”, racconta. Da Catania si lavora “allo stesso modo che a Milano, dove però sono rimasto solo e con dei costi esorbitanti. Perché, quindi, non rendere l’esperienza definitiva?” Renato non è il solo a chiederselo. Un gruppo di giovani professionisti siciliani ha lanciato in questi giorni un’iniziativa chiamata South working – Lavorare dal Sud. Una delle ideatrici, Elena Militello, attualmente ricercatrice di Procedura penale comparata a contratto per l’università del Lussemburgo, lo definisce “un movimento di opinione, nato dai dialoghi con conoscenti e amici in questi mesi di lavoro da remoto”. L’obiettivo è quello di riportare dall’estero quanti più “cervelli in fuga”, con modalità che riescano a conciliare gli obblighi contrattuali con le esigenze dei lavoratori. Trasformando la Sicilia in una sorta di “hub” per i lavoratori da remoto, non solo di ritorno dall’estero.

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South working: una carta d’intenti entro settembre

In collaborazione con Global Shapers – Palermo Hub, l’idea “è diventata in breve un progetto strutturato su tre assi: mettere insieme il punto di vista dei lavoratori, quello delle aziende e contemporaneamente cercare degli spazi fisici per il co-working”, racconta Militello. Dal 26 marzo, giorno di creazione della pagina su Facebook, “sono arrivati oltre 600 feedback tramite questionario da parte dei lavoratori, nei quali l’esigenza di uno spazio fisico è risultata prioritaria. Ma nel frattempo stiamo portando avanti i contatti con i settori risorse umane delle grandi imprese italiane, sulle quali puntiamo perché crediamo abbiano più a cuore l’aspetto sociale rispetto alle aziende estere”. Punto di partenza del progetto è la città di Palermo. “Vivo in Lussembrugo, sono tornata in Sicilia solo da pochi mesi, e prima ho vissuto a Milano dieci anni, dove mi sono trasferita per studio”, racconta la ventisettenne ricercatrice. La scelta di Palermo come punto di partenza “è venuta però naturale, perché è la realtà che noi del gruppo conosciamo, e il dialogo oltre che con aziende del luogo, come Edgemony che ha proprio l’obiettivo di creare un hub tecnologico dalla Sicilia per lo sviluppo software, è stato attivato con i co-working presenti sul territorio, ai quali entro settembre sottoporremo una carta d’intenti”. Tra i contatti anche quello con il Comune, con il quale il gruppo si è incontrato, da remoto, già quattro volte. L’amministrazione comunale, oltre a una “convergenza di obiettivi”, ha anche individuato alcuni locali attualmente inutilizzati in zona circonvallazione, ma la cui ristrutturazione è prevista tramite i fondi Pon Metro. “L’obiettivo finale è quello di creare una rete vera e propria di co-working sia cittadini che rurali, in modo tale che in base alle esigenze i lavoratori possano, magari con una tessera unica, andare in quello più vicino”. Entro il termine del 2021 vogliono “censire almeno mille lavoratori che sono riusciti a realizzare l’obiettivo del lavoro agile dal Sud, non solo dalla Sicilia, che è un punto di partenza. Crediamo che sia un obiettivo realistico: conosco personalmente un caso, quello di un’amica avvocato, che lavora negli Usa. Dal South Carolina svolge il suo lavoro per uno studio di Chicago. Anche dalla sua esperienza è nato l’impegno”, conclude Militello.

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L’esperienza di Sabrina Tumino: fra Sicilia, Cina e Cile

Il lavoro agile non è quindi una novità, almeno per chi lavora con l’estero. Sabrina Tumino, 35 anni, è da tre anni area manager per la Cina di “Seña | Viñedo Chadwick”, azienda vitivinicola cilena. “Produciamo vini ultra premium e in Cina abbiamo sedi a Hong Kong, Shanghai e Pechino, dove ho abitato fino a gennaio”, racconta Tumino. Una decina di giorni prima del lockdown è ritornata a Catania “dopo 14 anni vissuti in Cina. Mi ero trasferita lì per imparare il cinese, mai studiato prima, dopo la laurea in Lingue a Milano nel 2005”. Il ritorno non ha nulla a che fare con la pandemia “era una scelta già programmata”. In passato ha lavorato anche per cantine siciliane “non è insolito nel settore trovare chi magari da export manager lavora da remoto. Conosco personalmente altri che svolgono in Italia questo lavoro grazie alla conoscenza della lingua e del luogo”. Da gennaio svolge il suo lavoro dal capoluogo etneo “utilizzando prioritariamente WeChat, che in occidente è nota come una alternativa a Whatsapp, ma in Cina è diventata in pochi anni un ecosistema che spazia dalla messaggistica ai sistemi di prenotazioni e pagamento da remoto e comprende anche pagine aziendali, che sono il principale punto di riferimento. In Cina in pochissimi consultano i siti web”. Il lavoro, dall’Italia, non è però cambiato. “Paradossalmente – racconta – lavoro già da tre anni da remoto. Da Pechino mi interfacciavo con il mio diretto superiore a Shanghai, distante 1500 chilometri, più della distanza Sicilia-Milano, oltre che con il Cile”. L’Italia ha però un vantaggio: il fuso orario a metà strada tra le due zone. “Stare a Catania mi consente di poter operare mattina e pomeriggio in orari normali, dedicando la mattina ai clienti in Cina e il pomeriggio per le comunicazioni con la sede centrale in Cile. In Cina mi capitava di lavorare fino a tarda notte”. Naturalmente la pandemia globale ha indotto, anche nel suo caso, dei cambi di programma. “L’obiettivo prestabilito era quello di recarsi in Cina almeno cinque volte l’anno, ma adesso è tutto chiuso, tranne che per motivi diplomatici e poco altro”. Il mercato cinese sta comunque ripartendo e, anche senza avere ancora date, il momento del ritorno ai piani iniziali sembra non troppo lontano. “Nel Sud della Cina si iniziano a rivedere le prime fiere dedicate al vino, così come a Shanghai. Quando ci sarà la possibilità, si andrà”, conclude Tumino.

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L’esperienza di Remote workers Catania

Il lavoro da remoto non è quindi una novità arrivata con il Covid-19. Anzi. Proprio a Catania ha sede dal 2018 un’attivissima community chiamata Remote Workers Catania. Conta più di seicento membri e, tra incontri periodici (fisici prima del lockdown), consigli e scambi di opportunità, è un punto di riferimento per i tantissimi che si interfacciano con le aziende da cui dipendono solo tramite Internet. “Lavoro a Milano, ma sto lottando per tornare in Sicilia e lavorare da casa”, racconta Erika dell’Aera. “Lavoro da mesi da casa e devo dire che non tornerei mai indietro. Non mi è mai piaciuto l’ambiente che si crea negli open space, troppe distrazioni. Preferisco gestirmi il tempo come voglio”. Ma per chi lavora da remoto da più tempo, come emerso anche dal questionario di South working, il limite più sentito è quello dell’isolamento. “La casa è casa, il lavoro è lavoro. Le due cose devono rimanere scisse per apprezzarle entrambe”, commenta Angelo Venturelli, ceo della digital agency Specialisti Digitali e tra i principali animatori del gruppo. “Lavorare da remoto, almeno per me, significa avere la libertà di poter scegliere da dove. Posso farlo da casa, se voglio, o anche da fuori. Personalmente avere un ufficio in casa significa sacrificare un pezzo del mio privato”. Un’opinione simile a quella di Patrick Luca Fazzi, anche lui informatico e con una lunga esperienza in full remote. “Si tratta della mia seconda esperienza in questo senso, l’ho già fatto per un totale di cinque anni. Cerco di trarne i benefici e di calmierare i possibili effetti collaterali. L’azienda dove lavoro attualmente mi facilità molto in questo in quanto non solo permette di lavorare da dove preferisco ma garantisce anche flessibilità negli orari. Essendo tutti remote workers non abbiamo dipendenti di serie A che stanno in ufficio e vivono l’azienda dall’interno e dipendenti di serie B che stanno un po’ fuori dal loop. Siamo tutti sullo stesso piano, condividiamo tutti le stesse informazioni, partecipiamo tutti alla vita aziendale secondo le stesse modalità”, conclude Fazzi.

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