Dalla Next Generation EU alla Conferenza sul Futuro

Perché le due iniziative principali dell’Unione dovrebbero aver luogo al più presto, coniugando delle misure solidali a una piattaforma bottom-up per re-immaginare un destino comune europeo

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C’è un’immagine dei Promessi Sposi che forse racconta, meglio di molte cronache contemporanee, quella necessità fremente di volgere lo sguardo al futuro e dimenticare il tempo infelice appena trascorso. Renzo – racconta Manzoni – procede “allegramente, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti, d’arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare”. C’è in Renzo il bisogno di continuare a vivere e dimenticare la pestilenza, “quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sé per qualche tempo”. Al netto dei differenti periodi storici colpiscono i tratti comuni di tutte le pandemie: non solo la paralisi socioeconomica che le caratterizza, ma anche quel bisogno di tornare a vivere, di far fruttare i commerci, di mettere il naso fuori casa e ricominciare appena possibile. Il mondo è ancora lontano da un futuro post-Covid e, benché l’Europa oggi non sia attualmente il centro dell’emergenza, l’attenzione resterà alta anche durante la stagione estiva. Ma quel bisogno di pensare il mondo che verrà continua a farsi strada, ed è forse un bene.

Due dossier raccontano al momento il bisogno dell’Europa di ‘portarsi avanti’. Molto diversi tra loro ma ugualmente importanti. Il primo è forse il più noto e tutt’ora parecchio controverso: si tratta dello strumento di ripresa proposto dalla Commissione europea, il Next Generation EU, pari a 750 miliardi di euro. Il piano, presentato lo scorso 27 maggio, si basa sul precedente accordo franco-tedesco, che prevedeva un fondo pari a 500 miliardi da raccogliere attraverso i mercati finanziari. Nella proposta dalla Commissione sono stati aggiunti alcuni prestiti a tasso agevolato, determinando così la somma complessiva di 750 miliardi. Tale strumento di ripresa sarebbe incorporato nel bilancio dell’Ue 2021-2027, raggiungendo un totale di 1850 miliardi di euro. Dai vocaboli (controverso, proposto, presentato) e i tempi verbali (sarebbe) utilizzati, avrete capito che non c’è nulla di definitivo. Contrariamente al racconto di certa stampa italiana (vedi qui), siamo tutt’ora nel campo delle ipotesi. Si è concluso infatti con una fumata nera il Consiglio europeo del 19 giugno scorso.

Pesano nella decisione finale le contrarietà di due gruppi di paesi: da una parte, i cosiddetti Frugal Four (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia), che temono di dover ripagare con le proprie tasse i debiti pubblici dei paesi più colpiti dall’emergenza pandemica ed economico. Dall’altra, scettico è anche il cosiddetto gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e soprattutto l’Ungheria di Orban). La posizione di questo gruppo di stati, definita semi-frugale, mira a strappare un compromesso per aumentare le risorse del budget europeo a loro destinate. Ogni decisione è rimandata al vertice di luglio che, secondo le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, dovrebbe tenersi in presenza fisica. Un modo per accelerare le negoziazioni e favorire un compromesso finale per azionare il budget già dal gennaio 2021.

Più politica, ma non per questo meno rilevante, è la seconda iniziativa, rilanciata da un’ambiziosa risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 18 giugno. La risoluzione richiama la necessità di una Conferenza sul Futuro dell’Europa: “dieci anni dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, 70 anni dopo la dichiarazione Schuman e nel contesto della pandemia di Covid-19”, la risoluzione sottolinea che i tempi sono “maturi per ripensare l’Unione europea” e che la crisi attuale “ha reso ancora più pressante la necessità di tenere la conferenza”. La Conferenza è infatti un affaire pre-Covid, finito nel dimenticatoio durante la prima fase della pandemia con il tacito accordo di tutti gli Stati membri.

Nata da un non-paper di Francia e Germania (ancora e sempre Parigi e Berlino e non crediate sia un caso: checché se ne dica, quello franco-tedesco continua a essere un motore importante dell’integrazione europea), già alla fine dello scorso anno la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen aveva riconosciuto la necessità di una riflessione strutturata sul futuro dell’Europa. Il rischio di un’iniziativa top-down aveva però suscitato prese di posizione importanti: lo scorso gennaio, Alberto Alemanno, professore di diritto europeo alla Scuola di studi superiori commerciali di Parigi, osservava che quello di cui l’Ue avrebbe avuto bisogno non è l’ennesima passerella politica, ma un nuovo meccanismo per coinvolgere la cittadinanza europea sui temi di maggiore interesse, nell’auspicio di combattere “il cronico malessere democratico” dell’Unione.

Con l’arrivo della pandemia, il già fragile esercizio europeo sembrava accantonato in favore di altre priorità. La risoluzione del Parlamento riporta almeno parzialmente in auge l’esigenza di una nuova riflessione sull’Europa che verrà, esortando inoltre il Consiglio “a superare le sue divergenze e a presentare tempestivamente una posizione sul formato e sull’organizzazione della conferenza”. La Next Generation EU e la Conferenza sul Futuro dell’Europa rappresentano al momento le migliori frecce a disposizione nell’arco dell’Unione. Coniugano l’esigenza di maggiore solidarietà e la creazione di meccanismi di riflessione che aiutino a re-immaginare un comune destino europeo, quello spesso venuto a mancare nel corso di questa pandemia. Nell’attesa di riscrivere i trattati, spetterà per ora ai soli stati membri quella manzoniana premura di portarsi avanti, di disegnare il dove, il come e il quando dell’Europa che verrà.

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