Poco importa che tu sia il sindaco della capitale economica d’Italia o il presidente della Regione Siciliana. Beppe Sala che dice di dover “tornare a lavorare” dopo lo smart working e Nello Musumeci che accusa l’80 per cento dei dipendenti regionali di “grattarsi la pancia” rivelano un filo sottile che unisce Nord e Sud: la concezione che non ci sia lavoro senza uno spazio fisico. E che non ci siano lavoratori senza una balia che li controlli. Eppure, proprio con le loro accuse nei confronti del lavoro agile (velate dell’uno, esplicite dell’altro) sono proprio Sala e Musumeci a focalizzare (involontariamente) il punto: il problema non è lo smart working ma la qualità del lavoro e, più in generale, una sua concezione antica, cui anche i sindacati (che minacciano querele contro il presidente della Regione) hanno contribuito.

I dipendenti “si grattano la pancia”

Riassunto delle puntate precedenti. Il 18 luglio, intervenuto a Catania nel corso delle “Giornate dell’energia”, Musumeci ha definito i dipendenti regionali “improduttivi”: “L’80 per cento di loro si gratta la pancia dalla mattina alla sera. Ora vogliono stare ancora a casa per fare il ‘lavoro agile’. Ma se non lavorate in ufficio, come pensate di essere controllati a casa?”. I sindacati della funzione pubblica hanno reagito subito. Il Siad-Cisal ha parlato di affermazioni “di inaudita gravità” e ha promesso querela. Cgil, Cisl e Uil hanno pubblicato un comunicato congiunto, nel quale si sono definiti “sbigottiti” per un attacco “generico”, “sconsiderato” e “senza riscontri”. Per i confederali, la riforma della pubblica amministrazione “è la chiave di tutto”. “Fare finta di nulla, lasciare il mondo com’è e poi andare addosso ai lavoratori fa pensare al tentativo di scaricare sui dipendenti l’incapacità di realizzarla”. Una replica ma anche una frecciata rivolta a qualche settimana fa: i sindacati usarono le stesse parole per ribattere al pastrocchio dei dieci euro a pratica della cig in deroga.

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Lavorare e controllare

Già in altre dichiarazioni, Musumeci aveva fatto trasparire tutta la sua antipatia per lo smart working. “Troppi disservizi”, aveva tuonato un mese fa. Una lamentela giustificata, perché lo smart working non è quello che si è visto in queste settimane. È un sistema che si basa sulla volontà e non sull’obbligo. Che non si improvvisa, richiede modifiche organizzative, tecnologia e una differente misurazione del lavoro (non solo in ore ma per obiettivi). Il resto (quello attuato fino a ora) è il vecchio – ma mai attuato – telelavoro. Manca quindi una riforma compiuta, mancano le tutele per un lavoro diverso, in un ambiente esterno all’ufficio. Mancano spesso le basi tecnologiche, sia a livello di infrastrutture che di competenze. Attuare tutto questo richiede uno sforzo notevole e una volontà politica forte. Ma per Musumeci sembra che il problema principale sia “controllare i dipendenti da casa”. Un approccio padronale, assunto da chi (almeno formalmente) è il datore di lavoro di quei dipendenti. Ora, questo non vuol dire che non esistano gli imboscati. Ma se, come dice il presidente della Regione, ci sono dipendenti che si “grattano la pancia”, possono farlo in ufficio come in casa.

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Smart working ma non troppo

Poco prima delle parole di Musumeci, il segretario della Cgil FP Sicilia, Gaetano Agliozzo, aveva rilanciato su Facebook le dichiarazioni della segretaria confederale della Cgil nazionale Tania Scacchetti. Lo smart working viene definito “uno strumento importante”, regolato però da norme “inefficaci”. “Il risultato, così, rischia di essere non l’auspicato ‘lavoro agile’, ma niente più di una trasposizione nel proprio appartamento delle tradizionali modalità di lavoro”. Servono “soluzioni che rispondano ad una maggiore qualità del lavoro nel pieno riconoscimento di diritti”. C’è voluta un’epidemia per far riemergere un tema che si sarebbe dovuto discutere qualche anno fa. Ancora prima del 2017, quando la legge italiana ha definito il lavoro agile. Sono passati gli anni senza aver colmato quel vuoto normativo nato nell’intercapedine tra impiego tradizionale e nuovi modelli. Come dimostrano i dati sullo smart working e sulla diffusione della banda larga, siamo già in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. E a giudicare dalla piega che ha preso il dibattito, si rischia di perdere altro tempo. Perché, anziché discutere di nuove tutele e di nuovi modelli, si discute per fiammate, divisi tra quelli che “l’ufficio è inutile” e quelli che “a casa ci si gratta la pancia”. Dal lavoro senza luogo al luogo comune.

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