“Leso il diritto allo studio”. Tanto più per l’emergenza sanitaria che ancora si sta combattendo e “la carenza di personale medico e sanitario ormai cosa nota a tutti”. È la denuncia dello studio legale Leone a proposito delle modalità d’accesso ai corsi di laurea magistrale a ciclo unico in medicina e chirurgia, odontoiatria, veterinaria e professioni sanitarie. Sotto attacco l’obbligatorietà del test d’accesso, ma soprattutto il blocco del passaggio verso queste facoltà con una semplice richiesta di riconoscimento crediti. Secondo la vice presidente del corso di laurea in medica dell’Università di Catania, Daniela Puzzo, invece, le scelta del Governo – che difende i test e rende più difficile eluderli – sono giuste. Il nodo cruciale sta nei posti per le specializzazioni. Inutile far entrare più studenti se poi non c’è spazio per tutti. E per i tirocini non basta cambiare i numeri per decreto: serve un potenziamento delle strutture e del personale (per formare i nuovi arrivati) e più risorse alla Sanità (per pagare gli specializzandi).

Vietato il passaggio di facoltà

I legali dello studio Leone-Fell, Francesco Leone, Simona Fell e Chiara Campanelli, ne fanno una questione di opportunità e di diritto allo studio. L’opportunità è dovuta alla necessità di medici che ha l’Italia. Il personale scarseggia, come ha evidenziato l’emergenza Covid, davanti alla quale si sono spalancate le porte dei reparti ai neo-laureati, facilitando l’abilitazione. Il diritto allo studio sarebbe quello di tutti quegli studenti che si sono iscritti a un corso di laurea che poi hanno capito non essere la scelta giusta e vogliono laurearsi in uno dei corsi magistrali a ciclo unico. Lo scrivono chiaramente. “Si bloccano i sogni di centinaia di studenti che non potranno più ravvedersi e decidere di cambiare corso di laurea e seguire le proprie inclinazioni”. L’allegato 2 del decreto ministeriale n. 218 del 16 giugno 2020 specifica infatti che “non è consentito iscrivere ad anni successivi al primo con la qualifica di ripetente i richiedenti provenienti da altri corsi di laurea al pari di coloro che si siano regolarmente iscritti al relativo anno di corso a seguito del superamento della prova di ammissione”. Insomma, va tutelato chi ha superato il test e penalizzato che si iscrive per vie traverse. Spesso – questa la ratio del governo – per aggirare il problema e non per un reale “ravvedimento”. Non si tratta comunque di un blocco assoluto. Il passaggio è consentito “esclusivamente nel limite dei posti resisi disponibili per ciascun anno di corso”. Disponibilità che ogni Ateneo deve comunicare con apposito bando.

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Oltre i numeri la qualità

L’allarme lanciato dallo studio Leone non è condiviso dalla professoressa Puzzo, che guarda alla qualità più che ai numeri: “È vero che abbiamo bisogno di medici, infermieri e di tutti coloro che sono impegnati nell’ambito delle professioni sanitarie, ma è anche vero che abbiamo bisogno di persone preparate”. Secondo la professoressa, se non ci fosse il numero chiuso e dunque una pre-selezione nell’accesso alla facoltà, non si potrebbe “assicurare una buona qualità”. Puzzo cita il momento del tirocinio obbligatorio per spiegare che non ci sono abbastanza strutture né docenti per formare al meglio i futuri colleghi. I numeri per l’accesso alla facoltà sono quindi “tarati su strutture e docenti nonché sulle esigenze del territorio”.

La specializzazione è il vero imbuto

Il vero imbuto, quindi, non sarebbe tanto l’accesso alla facoltà quanto alla specializzazione. Il passaggio successivo insomma. È qui che, afferma la professoressa, “bisogna implementare qualcosa”. Il problema non è solo organizzativo. Il medico specializzando è pur sempre un medico che lavora e quindi riceve una borsa di studio tra i 1600 e i 1800 euro. Incrementarne il numero significherebbe quindi prevedere una cifra a copertura più amplia. Una sfida se consideriamo che, almeno negli ultimi dieci anni e fino all’emergenza Covid, le spese per la Sanità sono diminuite.

La furbizia di chi vuole evitare il test

Puzzo sostiene il governo anche nella scelta di limitare il passaggio di facoltà. Non lo ritiene “molto corretto”, perché sarebbe “un modo per entrare dalla finestra se non riesci a entrare dalla porta”. A questo va aggiunta una differenza nella preparazione. Non importa che la materia sia la stessa, “perché il corpo umano è quello”. Ragionando per crediti, c’è differenza tra un corso da quattro crediti formativi e uno da venti. Agli studenti che si trasferiscono da altre facoltà “manca il background e devono rifare tutto da zero. Non hanno le conoscenze adeguate”.

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