Le dimensioni contano, almeno quando si parla di imprese e banche. Per il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, l’aumento del divario tra Centro-Nord e Sud del Paese si deve al “sottodimensionamento” di aziende e istituti. Non basta sostenere e vigilare: per il ministro è necessario far crescere o aggregare.

Il “deficit dimensionale” del credito

Gualtieri, in un’audizione nella Commissione Finanze della Camera, ha ricordato come il divario tra Settentrione e Meridione si sia allargato nella doppia crisi seguita al 2008. Rispetto al 2007, inoltre, il Sud deve ancora recuperare dieci punti percentuali di Pil. I motivi sono molti, ma il ministro si è soffermato sulla “minore produttività delle imprese meridionali, che può essere ricondotta alla loro minore dimensione. Imprese troppo piccole faticano a investire su ricerca e sviluppo e ad accedere ai mercati internazionali”. Discorso simile per le banche del sud, “deputate al finanziamento della piccola media impresa locale”. Anche gli istituti “risentono di una dimensione eccessivamente contenuta, stentano a raggiungere livelli soddisfacenti di redditività necessari ad alimentare il proprio capitale e a espandere il credito all’economia reale”. Servono quindi fondi freschi e strumenti normativi più ampi per “superare i deficit dimensionali”. In altre parole: fare crescere le banche o aggregarle. È questa, secondo Gualtieri, la principale ragione che ha portato, con il decreto 142 dello scorso dicembre, a “potenziare le capacità patrimoniali e finanziarie della Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale (Mcc) fino a un massimo di 900 milioni di euro”. L’intervento ha avuto carattere d’urgenza perché mirato a risolvere la crisi della Popolare di Bari, ma va oltre il singolo caso. Consente al Mediocredito di “operare quale banca di investimento”, quindi di “acquistare partecipazioni al capitale di banche e società finanziarie, anche a sostegno delle imprese nel Mezzogiorno”.

Cosa ne pensano Federcasse e Assopopolari

L’intervento del ministro Gualtieri non è stato l’unico sul tema banche. Negli ultimi giorni, alla Camera, si è tenuta una serie di audizioni cui hanno partecipato diversi attori del settore creditizio. La delegazione di Federcasse (l’Associazione nazionale delle Bcc e delle Casse Rurali) ha aperto a una “eventuale possibilità di collaborazione” con il nuovo Mcc. La proposta sarebbe quella di “partnership che consentano alle Bcc e ai gruppi bancari cooperativi di ampliare la propria offerta alle imprese e agli enti locali del territorio”. In particolare, il perimetro sarebbe allargato “al rafforzamento della struttura delle imprese di minori dimensioni e la realizzazione di piccole infrastrutture”. Assopopolari (l’Associazione nazionale fra le banche popolari) si è fatta sentire per sottrarsi al mantra del “sono tutte uguali”. Fallimento e opacità della Popolare di Bari non si possono negare ma, si legge in una nota, “una situazione di crisi non può offuscare il sostegno delle Popolari al Mezzogiorno”. Per il Segretario Generale di Assopopolari, Giuseppe De Lucia Lumeno, sarà possibili ridurre il gap con il centro-nord solo “reimpiegando il risparmio dove viene raccolto”.

Fabi: una legge sul reato di disastro bancario

A Montecitorio è intervenuto anche il segretario generale della Fabi Lando Maria Sileoni. La Federazione autonoma bancari italiani ha promosso il decreto 142 e rilanciato la proposta di “una legge per sancire il reato di disastro bancario. L’attuale regolamentazione offre maglie larghe per chi vuole evitare sanzioni pesanti di un certo tipo. Un reato del genere sarebbe quindi fondamentale”.

Banche siciliane: piccole e sempre meno

Le parole di Gualtieri sono chiare. È troppo presto per parlare di effetti, crescita ed eventuali aggregazioni. Il processo è di fatto già in corso da anni, ma è stato demandato al mercato, con le piccole società scomparse o coagulatesi nei grandi gruppi. Il risultato è nei dati dell’Osservatorio regionale sul credito. Alla fine del 2018, in Sicilia erano attive 59 banche, contro le 79 del 2007. A farne le spese sono stati gli istituti con sede nell’isola, passati da 39 a 23. Le superstiti casalinghe sono venti banche di credito cooperativo, due popolari e una società per azioni. Già dal loro statuto, si intuisce che scontano quel “deficit dimensionale” di cui parla Gualtieri. Pur rappresentando quasi la metà delle banche attive, infatti, mettono insieme 291 sportelli, meno di un quarto del totale.

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