La Sicilia del turismo rischia di sacrificare al Covid oltre 2700 imprese e quasi 10 mila lavoratori. La stima è di Demoskopika. La moria è già iniziata: nel primo trimestre, il saldo di imprese del settore è negativo di 444 unità. Ne sono nate 182, ma 626 hanno chiuso. E queste non sono stime ma già porte serrate. Allargando il conteggio a tutta Italia, la perdita secca è di quasi 7 mila imprese. Se non fossero sufficienti le cifre, l’analisi sottolinea che è il peggior dato degli ultimi 25 anni.

Mai così male dal 1995

Le imprese del comparto turistico a rischio in Italia sono 40 mila e danno lavoro a 184 mila persone. Un occupato del settore su dieci rischia di rimanere a casa. Si tratta, secondo il presidente di Demoskopika Raffaele Rio, di posti “appesi al filo”. Le imprese, strozzate da perdite attese che sfiorano i 10 miliardi nel 2020, stanno già fallendo. Le chiusure del primo trimestre sono state 10.836, cioè 119 al giorno, solo in minima parte bilanciate dalle 4 mila aperture. Pare solo un assaggio, per quanto amaro. Sì, perché gli effetti sul turismo sono stati precoci rispetto ad altri settori, ma il blocco totale è arrivato solo a marzo. In altre parole: queste cifre riguardano un periodo non interamente coperto dalla clausura. Ad aprile, invece, l’Italia è stata immobile. A maggio e chissà per quanto ancora, restano il divieto di spostamento per motivi turistici. Mentre la stagione primaverile è già saltata, quella estiva non promette nulla di buono. E senza gli incassi nel periodo più ricco, chi è già sul ciglio potrebbe cadere.

Le proposte: fondo perduto e buoni vacanze

Poco più della metà dei fallimenti, pari a 20.183 imprese, sarebbe concentrata nei sistemi a maggiore numerosità imprenditoriale per il comparto turistico italiano: Lombardia con 5.665 imprese, Lazio con 4.544 imprese, Campania con 3.896 imprese, Veneto con 3.071 imprese e Emilia-Romagna con 3.007 imprese. A livello di addetti in bilico, in cima ci sono Lombardia, Veneto e Lazio. Demoskopika avanza alcune proposte: supporto economico per contribuire ai nuovi costi legati alla “fase 2”; sostegno alla liquidità con finanziamenti a tasso zero o a fondo perduto; buoni vacanza per le famiglie; smobilitazione dei crediti delle imprese nei confronti della pubblica amministrazione; sgravi fiscali e valorizzazione dei sistemi turistici regionali. Su quest’ultimo punto, la Sicilia potrebbe puntare parecchio.

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Le vacanze dei siciliani in Sicilia

Pensare che quest’anno arrivino turisti dall’estero è utopia. Difficile pare anche una completa libertà di movimento a livello nazionale. E allora? Una parziale soluzione sarebbe, secondo un’altra analisi di Demoskopika di aprile, puntare sul turismo “autoctono”. Cioè sui turistiche che fanno le vacanze nella propria regione. In Italia varrebbe 20,6 miliardi di euro e 275 milioni di presenze. Abbastanza da compensare un terzo delle perdite dovute ai turisti stranieri che non arriveranno. Non è tutto ma è già qualcosa. Soprattutto in Sicilia, che, insieme alla Sardegna, è la regione con il “turismo autoctono più forte”: oltre un terzo dei vacanzieri residenti nell’isola sceglie la propria terra anche in ferie: 3,6 milioni di arrivi che valgono 622 milioni di euro.

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